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C’era una volta in cui l’Inter e il Milan non avevano in comune soltanto lo stadio ma anche, o meglio soprattutto, la gioia per i loro successi in Italia e in Europa. Senza tornare indietro all’altro secolo, nel 2007 i rossoneri allenati da Ancelotti sollevavano la Champions vinta contro il Liverpool, nei giorni in cui i nerazzurri guidati da Mancini festeggiavano il primo scudetto conquistato sul campo dopo Calciopoli. A distanza di dodici anni, soltanto lo stadio, di oggi e di domani, unisce le due società prima ancora delle due squadre, mai così distanti in classifica e in Europa. L’Inter si è affidata a Conte per tornare grande, il Milan ha chiamato d’urgenza Pioli per risalire e proprio i due allenatori hanno dimostrato in questi giorni quanto siano diversi i loro caratteri e le loro visioni, frutto di due eccessi ugualmente sbagliati. Alla vigilia della sua prima sconfitta a San Siro contro la Lazio, Pioli ha detto che il Milan può ancora raggiungere un posto in Champions League, dove manca dal 2014. Una dimostrazione di ottimismo, o forse di aziendalismo, ugualmente esagerati perché questo Milan non rinforzato in estate e sopravvalutato da tutti, addetti ai lavori compresi, non può illudersi di fare meglio dell’anno scorso, quando finì quinto, a un punto dalla zona Champions.

Dopo la sconfitta a Dortmund, invece, malgrado il secondo posto in campionato a ridosso della Juventus e una qualificazione agli ottavi di Champions ancora possibile, Conte se l’è presa con la società, con toni che hanno sorpreso persino i tifosi nerazzurri. Nella peggiore delle ipotesi l’Inter, che non era partita per vincere la Champions, scivolerà in Europa League. Eppure Conte, che doveva essere il valore aggiunto e per questo strapagato dieci milioni all’anno, è il primo a mettere in discussione il lavoro della società, senza la minima autocritica sul modulo tattico e sulla scelta dei giocatori, dall’inizio o a partita in corso. Conte avrebbe voluto Vidal e Dzeko, che non sono giovani come Barella e Sensi e per questo hanno più esperienza internazionale. In compenso l’esperienza ce l’ha Godin, che fin qui però è stato il difensore meno convincente e tra l’altro quello che ha riposato di più, perché spesso risparmiato nella gare di campionato che precedevano la Champions. E allora Conte non può lamentarsi per la stanchezza dei pochi giocatori a sua disposizione, prima di tutto perché non è colpa della società se Sanchez, D’Ambrosio e soprattutto Sensi si sono infortunati e poi perché lui non ha mai concesso nemmeno un minuto a Borja Valero, che in qualche finale almeno sarebbe stato utile. Se ha accettato di guidare l’Inter, vuol dire che era soddisfatto dell’organico, perché in caso contrario avrebbe dovuto rifiutare la proposta di Marotta, come aveva fatto qualche settimana prima quando disse no alla Roma.

La verità, al di là del suo sfogo, è un’altra: in Europa si gioca un calcio con un’altra velocità e intensità rispetto al campionato italiano, dove il gioco è sempre spezzettato e abbondano i passaggi laterali o peggio arretrati. In fondo l’Inter aveva già sofferto il secondo tempo del neopromosso Brescia che non ha la qualità del Borussia e quindi ha perso. In Champions, invece, la seconda del nostro campionato è stata travolta alla distanza dalla seconda della Bundesliga. Con un dato sul quale vale la pena riflettere: Lukaku, fortemente voluto da Conte e strapagato dalla società, ha segnato nove gol in undici gare di campionato, mentre in Champions è a quota zero dopo quattro partite. In fondo a Conte sarebbe bastata questa osservazione sul diverso livello tra il campionato italiano e la Champions per assolvere o almeno rimandare l’Inter, senza accusare la società con il grave rischio di compromettere non soltanto la qualificazione agli ottavi, ma soprattutto i rapporti con la dirigenza. Ecco perché Conte ha sbagliato per eccesso di pessimismo, mentre Pioli ha peccato di eccessivo ottimismo.