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André Onana si racconta a cuore aperto. Il nuovo portiere dell'Inter ha parlato della squalifica per doping ai tempi dell'Ajax: "In tanto pensano di sapere cosa sia successo, pensano di conoscermi perché hanno visto i titoli - ha detto a theplayerstribune.com - Mi hanno dato dell'imbroglione, del tossico. Anche dopo il comunicato della Corte Arbitrale dello Sport sul mio nome è rimasta una macchia. Come spieghi alla tua famiglia che sei stato squalificato per doping? No, non è stato facile".

"Ho perso tutto, nel giro di una settimana. Febbraio 2021, ero in Camerun con la nazionale quando mi chiamò il medico dell'Ajax: mi disse che ero risultato positivo al furosemide; io rimasi sorpreso, pensavo di fosse un errore. "Ho fatto tanti test di quel tipo, so come funzionano e non ho mai avuto problemi" risposi. Non ho mai toccato droghe, chi mi conosce sa che non bevo e fumo. E non avevo mai sentito parlare del furosemide. Le uniche pillole prese erano quelle prescritte dai medici del club o della nazionale.

Cos'erano queste str***ate?! Chiamai la mia fidanzata Melanie, le raccontai tutto ridendo. Lei mi interruppe: "André, furosemide...è il farmaco per la gravidanza che mi hanno prescritto". In quel momento capii. Non era il classico intoppo burocratico. Tornato dal Camerun, il dottore venne a casa mia per vedere quello che avevo nell'armadietto. E confermò. Volevo prendere qualcosa per il mal di testa e si vede che ho sbagliato, ho fatto confusione e ho preso le pillole di Melanie.

Ero sotto shock per questa pillola da 40mg. La Uefa non poteva verificare se si trattasse di un errore umano?! Hanno indagato chiedendomi perché avevo quella medicina a casa, io ho raccontato la mia storia. "La mia compagna sta per avere un bambino", non era una scusa folle. Non mi sono inventato nulla, c'erano tutte le prove. Era solo un errore stupido. Pensavo mi perdonassero, ma mi hanno squalificato per dodici mesi. E un anno, per un calciatore, è un'eternità.

Ho fatto sacrifici per raggiungere dei traguardi, a 10 anni ho lasciato casa per giocare nell'Academy di Eto'o, vivevo con uno degli allenatori a quattro ore da casa. Mio padre è un ex calciatore ma voleva che studiassi, non so come hanno fatto a convincerlo. Ogni tanto penso sia stato Eto'o in persona. Abbiamo fatto tanti tornei tra Francia e Spagna, ma nessuno mi disse che il Barcellona mi aveva preso per il settore giovanile.
Il club aveva organizzato tutto con la mia famiglia senza dirmi nulla. Fu mio fratello a dirmelo, ma non gli credevo. Dopo due settimane il mio allenatore mi disse di preparare tutto quello che avevo ma senza spiegarmi il motivo: "Stai zitto e prepara i bagagli!" urlò. Il giorno dopo avevo la maglia del Barça. A 14 anni mi sono ritrovato in un Paese completamente diverso, era tutto nuovo. Uno shock.

Poi, il primo contratto da pro con l'Ajax: quattro anni e mezzo. Arrivai in Olanda il 3 gennaio 2015, che freddo! Quando nevicò chiusi la finestra e tornai al letto. Un'ora dopo mi chiamarono dal club: "Dove sei? Dovresti essere agli allenamenti". "Sta nevicando - risposi - come faccio a guidare con questo tempo?". I primi mesi non ero sicuro di aver fatto la scelta giusta, ero il terzo portiere e anche nello spogliatoio mi sentivo solo. Prima del 2016/17 il nuovo allenatore Bosz mi disse: "Controlla quante squadre di alto livello in Europa hanno un portiere titolare ventenne".

Sperano in un prestito, magari in Ligue 2; ma non avevo mercato. Dopo l'addio di Cillessen mi diedero un mese per dimostrare quanto valevo. Contro il Go Ahead Eagles parai un rigore, da quel giorno diventai titolari per cinque anni diventando uno dei migliori portieri in Europa. Poi la squalifica per doping. I compagni mi hanno aiutato, io mi sentivo comunque isolato. La gente intorno a me era cambiata, qualcuno è sparito. 

Ho continuato a lavorare in Spagna con portieri di club dilettantistici, lì ho pensato a quanto sono fortunato, nonostante tutto. In estate la squalifica passò da 12 a 9 mesi, ho esultato come se avessi vinto la Champions. Così avrei potuto giocare la Coppa D'Africa, in Camerun. Quando gioco lì è sempre diverso, come tornare a casa. Se mi giro vedo sempre qualcuno che conosco tra i tifosi. E i miei sogni sono li stessi di quando ero un bambino seduto sul seggiolino dello stadio Ahmadou Ahidjo.