67
In medio stat virtus, dicevano i latini, alla continua ricerca dell’equilibrio, che mai si genera né si trova da un estremo o dall’altro. Erano uomini saggi, rivelarono la sorgente della proporzione, tramandandola a noi. 
 
Perché, perché, perché ? - Una misura che dopo quasi un anno di Inter, Roberto Mancini sembra non aver ancora completamente acquisito, passando da una sponda all’altra, evitando incomprensibilmente il fulcro. La virtù sta nel mezzo, ma la gara contro la Sampdoria ha evidenziato che nel cuore della squadra nerazzurra, nel centrocampo, si nascondono ben pochi pregi. Almeno in questo preciso momento storico. Le incognite sono sia di natura tattica che fisica: Kondogbia è costretto a snaturarsi nell’interpretazione di ruoli mai svolti, mentre Guarin risulta essere la solita variabile priva di certezze, croce (spesso) e delizia (quando capita). Per non parlare di Felipe Melo: “Mi aspettavo potesse esserci un suo calo di rendimento, poteva giocare meglio, ma lui non ha svolto la preparazione atletica”, ha avuto a dichiarare Roberto Mancini al termine della gara contro i blucerchiati, rivelando, forse inconsciamente, quanto poco consideri gli altri elementi a propria disposizione. La riflessione è doverosa, perché mandare in campo Felipe Melo concedendogli novanta minuti, se prima della gara persistevano dubbi sulla sua tenuta? Gnoukouri sarà anche un giovanissimo, ma non ha già mostrato il proprio valore? E Brozovic? Non sarebbe utile constatare la sua voglia di rivalsa, concedendogli una possibilità al posto dello sconclusionato Guarin osservato nelle ultime apparizioni? Stanchezza ed equivoci tattici stanno affliggendo la linea mediana, collante indispensabile per ogni squadra. Così l’Inter appare lunga ed eccessivamente frammentata. 
 
QUESTIONE DI CHIMICA - A destare perplessità, anche qualche altra dichiarazione del tecnico jesino: “Solo in Italia parliamo di difesa a quattro o tre e di centrocampo a due o a quattro. Lo schema tattico non conta niente, una squadra non vince o perde in base a quello. Conta l’atteggiamento”. Affermazione vera solo in parte, o comunque incompleta, non precisa. Il sistema di gioco può anche essere relativo, a patto che tutti gli uomini vengano schierati nei ruoli di propria competenza e che ognuno sia messo nella condizione di potersi esprimere al meglio. Perché mettere insieme una squadra significa calarsi nell’essenza della stessa, riconoscerla, trovargli il giusto abito, eliminando o nascondendo qualsiasi difetto sartoriale. Alchimia da allenatore e da chimico. Il modulo ha la propria importanza e può produrre danni rilevanti se non ci sono interpreti in grado di dominarlo. 
 
COSA MANCA? - L’Inter non ha ancora mostrato trame da squadra, Mancini si è spesso rifugiato nella qualità delle frecce offensive a propria disposizione, ma senza Jovetic faticano a scagliarsi verso la porta avversaria. L’assenza del montenegrino lasciava presagire ad un maggiore utilizzo di Adem Ljajic, giocatore che nella Roma ha mostrato di saper fare la differenza. Niente da fare, il serbo vive praticamente in panchina e non ha stregato il tecnico jesino, che gli preferisce addirittura Rey Manaj, attaccante classe 1997. Il giovanissimo talento albanese è pronto quanto e più dell’ex giallorosso? O anche in questo caso la verità potrebbe nascondersi nel mezzo? La sensazione è che manchi un pizzico d’equilibrio, in campo e nella gestione. 
Pasquale Guarro