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  • Juve, il freddo ad agosto e l'unico fallimento di Sivori

    Juve, il freddo ad agosto e l'unico fallimento di Sivori

    • Marco Bernardini
    Debbo ammettere di non essere mai stato uno studente modello. Certamente non sgobbone, ma neppure sgamato il giusto per cavarmela sul fio di lana. Alle fredde nozioni preferivo rincorrere un pallone e, quando capitava, qualche bella ragazzina. Sicchè, alla fine dell’anno scolastico mi ritrovavo puntualmente con un paio di materie insufficienti (matematica di fisso) da dover rimediare a settembre. Morale. Il mese di agosto lo trascorrevo ai “domiciliari” a sfogliare quei libri che erano rimasti vergini.

    Le estati nelle grandi città erano molto diverse da quelle di adesso che la gente ha imparato a spalmare le ferie lungo tutto l’anno. Torino, poi, era ancora più differente da tutte le altre. Una volta chiusa la Fiat con i suoi operai che tornavano nelle loro case al Sud e con gli impiegati che invadevano le pensioni della Liguria, la “capitale italiana dell’automobile” si trasformava nel deserto dei Tartari. Di turisti manco l’ombra perché la fama che aveva nel mondo la città sabauda era simile a quella di Detroit. Il tempio della metallurgia. Ovviamente non era vero e oggi tutti gli scettici hanno scoperto quanto sia bella e affascinante la metropoli che, sotto le montagne sempre innevate, finalmente si sveglia anche lei con il canto del gallo piuttosto che con il fischio della sirena in arrivo dal Lingotto o da Mirafiori.

    Unico divertimento, dopo le canoniche otto ore di studio, attraversare il nulla per arrivare fino a Piazza d’Armi. Un enorme parco di fianco a quello che era lo stadio Comunale oggi “Olimpico”. Lì, al chiosco delle bibite, un gruppo di disperati come me lo trovavo sempre. Sull’erba bruciata dal sole, con ai piedi gli scarpini dai tacchetti in legno e con un pallone che pesava una cifra ciascuno sfogava la propria rabbia figlia della colpa di studente svogliato. Lo stadio, lì accanto, regalava suggestioni e vibrazioni positive a venire. Una manciata di settimane e poi anziché nel prato a tentare di imitare i nostri eroi ci saremmo ritrovati in curva Filadelfia ad agitare le nostre bandiere e a cantare la filastrocca “La Juve è forte e Sivori è il suo profeta”. Era l’agosto del 1961.

    Mica come da due anni a questa parte. Anche il calcio, rispettoso della gente e dei lavoratori, riprendeva il suo spettacolo soltanto ai primi di settembre. I campionati, allora, non erano stati anticipati dalle tante e troppe amichevoli di lusso che servono ai già ricchi per diventare ancora più ricchi. I più fortunati (o fanatici, vedete un po’ voi) erano andati in pellegrinaggio dove si trovavano per il ritiro, perlopiù in montagna ma mai all’estero, i loro beniamini. Gli altri aspettavano. La fame di calcio era tanta. Ebbene, non ricordo quali fossero i motivi, ma il campionato 1961 venne anticipato. Con mia grande goduria, il 23 di agosto era in programma Juventus-Mantova per la prima giornata, a Torino. Un avversario certamente non di grande appeal, nella cui formazione c’erano personaggi dal “profumo granata” come Giagnoni, Cancian,Tarabbia, Simoni, Cella ma anche due stranieri dei quali si diceva assai bene, il brasiliano Sormani e lo svizzero Alleman. Alle quattordici e trenta in punto, bolliti da un sole infernale e da trentacinque gradi all’ombra (le stagioni erano ancora serie e rispettose delle tradizioni) eccoci pronti alla vendemmia con i biancorossi lombardi a fare da agnelli sacrificali. Era la Juve di Anzolin, Sarti,  Charles, Sivori, Nicolè, Stacchini insomma uno squadrone.

    Quelli della mia età ricorderanno che cosa accadeva ogni domenica subito dopo l’ingresso delle squadre in campo. I giocatori della Juventus si riunivano tutti nella zona più lontana dal tunnel di ingresso. Tutti tranne uno. Omar Sivori il quale si faceva lanciare il pallone, solitamente da Charles, e al piccolo trotto palleggiando si avviava verso la porta vuota poi, una volta arrivato al limite dell’area, tirava infilando la palla nella rete. E ogni volta veniva giù lo stadio come se si fosse trattato di un gol buono e non di un rito scaramantico. Solita scena con finale drammaticamente diverso. Sivori calcia e la palla, dopo aver sfiorato il palo, finisce fuori. Gelo totale, malgrado la temperatura da fornetto a microonde. Fu la prima e unica volta che Omar in tutta la sua carriera fallì quel rituale evidentemente magico. Non sono superstizioso, perlomeno non a certi livelli. Ma ancora oggi mi chiedo come potè accadere che, dopo la rete del vantaggio segnata da Charles, in avvio del secondo tempo lo svizzero Alleman con un numero “alla Sivori” di tacco firmò il pareggio con un gol che ancora oggi viene ricordato negli annali del calcio come uno fra i più belli per la Storia del pallone. Era agosto, ma che freddo faceva!

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