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Da stamani la data di oggi viene celebrata come un giorno storico. Un altro 12 ottobre, sei secoli dopo la scoperta dell'America, segna una tappa nell'evoluzione delle cose umane. Perché in questo 12 ottobre 2019 è stato abbattuto il muro delle due ore nella percorrenza della maratona. L'impresa è stata firmata dal keniota Eliud Kipchoge, che nelle scorse ore a Vienna ha abbassato il limite a 1 ora, 59 minuti e 40 secondi. Eccezionale, straordinario, stratosferico. E chi più ne ha, di aggettivi, più ne metta. E tuttavia, chiusa rapidamente la parentesi dedicata all'enfasi e alle iperboli, dobbiamo chiederci cosa valga effettivamente questa prestazione record. E la risposta è: zero. Stiamo celebrando il nulla. Anzi, per essere più corretti: stiamo celebrando un evento di marketing globale, con cui lo sport inteso come fenomeno agonistico non ha minimamente a che fare. Un'impresa artificiale da cui scaturisce una prestazione d'eccellenza scolpita sulla Cera Pongo. 



Questo giudizio è dato non soltanto dal fatto che la prestazione di Kipchoge non verrà riconosciuta dalla federazione internazionale dell'Atletica Leggera (IAAF). Ciò che più la allontana dai requisiti minimi di una gara sportiva è la sua innaturalezza, come abbiamo spiegato in un nostro libro pubblicato oltre un anno fa, nel quale commentavamo il precedente tentativo condotto da Kipchoge a maggio 2017 presso l'Autodromo di Monza.

Allora come adesso l'evento era stato organizzato da Nike (nel caso di oggi con l'ausilio di Ineos, come preannunciato da Calciomercato.com qualche tempo fa), e aveva visto Kipchoge tagliare il traguardo in 2.00.25. Che dal punto di vista del dato, e mettendo da parte ogni considerazione sulla sua credibilità, sarebbe stato record del mondo poiché abbassava di ben 2 minuti e mezzo la precedente prestazione-limite fissata da un altro atleta keniota (Dennis Kipruto Kimetto) a 2.02.57. E invece non è stato riconosciuto nemmeno come “record artificiale”, per decreto di Nike. Che aveva organizzato il baraccone per andare sotto le 2 ore. E dunque, dal punto di vista dello sponsor, qualsiasi tempo al di sopra di 1.59.59 era carta straccia. Kipchoge aveva impiegato 26 secondi di troppo. Da quella vicenda apprendemmo una lezione: il record è record non già se lo stabilisce la IAAF, ma se lo stabilisce lo sponsor.

Nel frattempo Kipchoge ha fissato un record “vero” (2.01.39 in occasione della Maratona di Berlino del 2018), ma non si è certo tirato indietro quando c'è stato da cimentarsi un'altra volta con la prova di casa Nike. Che è artificiale per molti motivi. Innanzitutto perché non è stata riconosciuta come prova dalla IAAF, il cui proprio bollino viene assegnato solo se la gara è organizzata da essa stessa o da una federazione nazionale, se vi sono almeno altri 3 concorrenti in gara per la vittoria finale, e se è predisposto il controllo antidoping. Ma a rendere innaturale la prova vi sono altre circostanze. Fra esse: la presenza di ben 41 (!) lepri, mandate in pista col compito di tenere artificialmente elevato il crono; il ruolo di un'auto-battistrada che fa da costante riferimento cronometrico e detta l'andatura da seguire; e l'assenza della calca di concorrenti che alla partenza di ogni maratona “vera” comporta un inevitabile ritardo cronometrico e la necessità di aggiustarsi con la situazione di gara. Molte obiezioni, ciascuna delle quali basterebbe da sola per azzerare la credibilità dell'impresa. Che rimane di altissimo spessore, poiché al di là di ogni elemento d'artificialità quel crono di 1.59.40 rimane alla portata del solo Kipchoge. Ma lo sport è un'altra cosa.

@Pippoevai