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Semplicemente formidabile. Un’intervista da leggere, rileggere e conservare. Una grande giornalista, Emanuela Audisio, e un grande campione, Roberto Baggio. Nasce così, nella campagna di Caldogno, il reportage pubblicato oggi dal “Venerdì” di “Repubblica” che segna un solco profondo nella storia del calcio perché, attraverso le parole del protagonista, si viene a conoscenza di una realtà parallela a quella proposta dai canoni convenzionali suggeriti da coloro i quali vivono con sgomento l’attimo del distacco con il mondo che li ha resi ricchi e famosi. Roberto Baggio è l’altra faccia della medaglia. Roberto Baggio si confessa a cuore aperto dice che ha cominciato finalmente a vivere il giorno  in cui si è scrollato di dosso il pallone per farsi contadino a tempo pieno.

Lui che è leggenda vive di profumi della natura, di animali e di frutti che lui stesso provvede a coltivare e curare. Il suo mezzo di locomozione consueto è il trattore. Dal mattino presto fino a quando tramonta il sole quando rientra nella sua fattoria che quasi non si regge in piedi. Era così anche a fine carriera quando la moglie Andreina lo doveva sostenere perché non riusciva a scendere dall’auto per via dei dolori fortissimi alle ginocchia e alla schiena dopo l’ennesima partita con la maglia del Brescia. Quella di oggi è stanchezza sana che scompare dopo una bella doccia, una cena in famiglia e una preghiera davanti al “honzon” dedicato a Buddha.

Non guarda le partite in televisione. Lo annoiano sino a farlo addormentare. Il pallone lo ama. Lo ha sempre amato. Ma era una cosa diversa. Una bolla fatto di uomini, sentimenti, passioni e innocenza. Elementi perduti e non più recuperabili Ne ha avuto coscienza piena durante la sua breve e complicata avventura che aveva deciso di affrontare con la nazionale italiana illudendosi di poter essere utile alla crescita del movimento, soprattutto quello dei ragazzi. Gli è bastato poco per  capire che il gioco era truccato e che quello non era più il pianeta sul quale avrebbe potuto vivere perché gli  sarebbe mancato il respiro. Uscì in fretta dal Club di coloro che senza il calcio si sentono dei falliti. La felicità, quella autentica, lo attendeva nella campagna della sua Caldogno.
Zero rimpianti e soltanto qualche malinconia per alcune affettuose lontananze. Per Paolo Rossi, ad esempio, del quale era stato prima un tifoso e poi in grande amico. Una storia parallela, per tribolazioni fisiche e grandi successi, che si è strappata lasciando un vuoto abissale dentro l’anima di Roby. Un poco come per Maradona.

Una lezione, quella offerta da Baggio nella sua confessione sincera, che è l’antipasto prima del piatto forte. Quello che tutti potranno gustare, a fine mese, su Netflix il giorno in cui verrà proiettato il film ispirato alla sua vita. Da segnalare, a mio avviso, una sola dimenticanza forse fritto della distrazione. Baggio non ha mai citato Pier Cesare Baretti, il presidente che alla Fiorentina dove era arrivato da Vicenza tutto rotto lo protesse da chi diceva che era da buttare e che lo fece curare. Senza di lui, probabilmente, non ci sarebbe mai stato un Divin Codino.