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Comunque vada a finire la vicenda Juventus e, soprattutto, quella dei 480 milioni di tasse da versare all’erario entro il 22 dicembre (i club di serie A li vorrebbero rateizzati), è chiaro che il calcio italiano deve cominciare a cambiare. Lo diciamo da sempre, ma le situazioni economiche e finanziarie che si stanno intrecciando e che, tra poco, esploderanno in maniera fragorosa, visto che il governo non è intenzionato a cedere, inducono a pensare che la svolta sia non solo necessaria, ma anche immediata. Così come è chiaro che un mondo, vissuto finora al di sopra delle proprie possibilità (sono parole di Andrea Agnelli che quasi tutti dovrebbero sottoscrivere), debba accettare di ridimensionarsi a partire dai costi dei calciatori e dai loro ingaggi. Nulla di più probabile, quindi, che si debba tornare a coltivare i settori giovanili con cura (c’è già chi lo fa e si vede), come che i ragazzi comincino ad arrivare alle prime squadre in un tempo relativamente breve.

Non per bruciare le tappe della crescita - quella è fondamentale e deve essere graduale -,  ma è ridicolo pensare che i prodotti più rinomati di un vivaio al massimo giochino in serie B o nell’Under 21. E’ arrivato il momento, dunque, della rivoluzione copernicana che sarebbe tanto utile anche al c.t. Roberto Mancini, il primo e anche unico allenatore della Nazionale, almeno fino ad ora, ad avere convocato calciatori che non avevano ancora esordito in prima squadra. La pratica, per la verità, si è prestata ad alcune critiche che, oltre ad essere legittime, erano fondate. Tuttavia non credo proprio che ad un club dispiaccia se un suo gioiellino, prendiamo il sedicenne Simone Pafundi dell’Udinese, viene fatto esordire, seppur solo per qualche minuto, con la maglia della Nazionale maggiore. Mal che vada, il suo valore salirà richiamando l’attenzione di club italiani e stranieri.

Tuttavia, secondo il mio giudizio, Mancini non ha come obiettivo quello di scatenare aste o di “montare la testa” ai più giovani. Casomai, ed è sempre una mia valutazione, quella di mandare un segnale ai club di appartenenza. Un modo per dire che il ragazzo già vale e meriterebbe di fare qualche presenza in prima squadra. Insomma, una sorta di incoraggiamento. E’ certo che il c.t. è quantomeno interessato al lancio dei giovani e, se lo meritano, alla loro titolarità nella squadra di club. Ma, con i tempi che corrono e con i soldi che latitano (colpa del Covid e, però, anche di tante gestioni dissennate) pure le società dovrebbero (dovranno) essere più sensibili al tema.

Forse ne uscirà, almeno nel medio periodo, una Serie A un po’ svalutata, ma non un’Italia ridimensionata. Per chi, come me, ha più di sessant’anni, c’è sempre l’esempio dei primi anni ottanta, quando gli stranieri consentiti erano due per squadra. Questo favorì (e ancora favorirebbe) la maturazione di calciatori italiani che segnarono un’epoca e non solo con la conquista della Coppa del Mondo. Si tratta, dunque, di coniugare club sostenibili con giovani di prospettiva. I talenti ci sono, basta saper scegliere e avere la pazienza di farli crescere. Ma a 19 anni, se si è bravi davvero, non ha più senso fare la riserva. E in questo, oltre che i dirigenti, debbono cambiare anche gli allenatori. Perchè un altro calcio è possibile solo così.       


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