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Caro Direttore,
quello che è successo fino a questo momento nella Capitale può sembrare strano agli occhi di molti tifosi e/o normalissimi appassionati di calcio di tutta Italia, ma di strano e anomalo non c’è proprio niente. 
Da dieci anni a questa parte, la Società Sportiva Lazio è nelle mani di una dirigenza per niente chiara, e non penso assolutamente sia esagerato affermare che si diverte e specula alle spalle dei propri tifosi tutti i giorni. Ma il Laziale, sempre presente. 
Dal marzo scorso gli spalti dello stadio Olimpico di Roma sono stati lasciati vuoti. Poi sono stati riempiti. Poi di nuovo vuoti. La società, capitanata dal signor Claudio Lotito, ha additato i tifosi come male della Lazio, anziché chiedersi perché (ma questo non è mai successo).
La protesta, sempre pacifica e mai pericolosa, è andata avanti ed entrare all’Olimpico di Roma voleva dire essere sottoposti a diversi gradi di controllo, per essere sicuri che nessun tifoso portasse all’interno dello stadio nulla che andasse contro la dirigenza. Tipo striscioni, stendardi o i normalissimi fogli A3 con la scritta “LIBERALALAZIO”.
Quando in tutta Italia si chiedevano perché, quando da tutta Italia si provava a buttare un occhio su ciò che stava succedendo, dalla Capitale arrivavano chiari messaggi di amore idilliaco e quelle promesse di costruire una squadra esemplare capace di competere con chiunque. Ma la realtà è un’altra. 
La realtà è che per Amore verso la propria maglia e i propri colori, i Laziali hanno deciso di rinunciare a quello che è più naturale e normale per un tifoso: andare allo stadio.
Si è stabilito di attendere la fine della sessione di calciomercato per sottoscrivere il più grande atto di fede, cioè l’abbonamento.
Ora che sappiamo tutti com’è andata, ora che abbiamo visto tutti com’è finita la prima di campionato conto il Milan, la solfa è un’altra.
I Laziali torneranno allo stadio, ma senza sottoscrivere l’abbonamento.
Ci ritroveremo senza la nostra amata tesserina in tasca forse per la prima volta nella nostra vita.
Perché la cosa più importante per una squadra sono i propri tifosi e parlo di squadra, non di società. Perché la società quando si è accorta che senza tifoso si muore, era già troppo tardi. Hanno preferito agire tramite comunicati, al solito spocchiosi e arroganti, per dire che il tifoso è piccolo e la dirigenza è grande.
In questi giorni mi sono chiesta se la decisione di tornare allo stadio fosse un passo indietro per il modo in cui la protesta era partita. La risposta è NO.
Qualcuno può dire: ma così la società incasserà più soldi nel corso della stagione. Vero, in parte. Parlate parlate e  poi tutti allo stadio. Falso.  Qui chi parla parla e poi come si dice a Roma “magna magna” è qualcun altro. Ma sappiate che la quota abbonati attualmente oscilla attorno alle 9 mila presenze e quasi 4 mila sono Cuccioloni cioè ragazzi nati dopo i 1° gennaio 2000. Poi c’è una buona parte di abbonamenti regalati dalla presidenza e che, molto probabilmente, non vedranno mai tifosi occupare un seggiolino dello stadio Olimpico o verranno prestati al figlio dell’amico del cugino del lontano parente di nonna (che magari tifa Palermo e si trova in gita nella Capitale). Ma risultano come abbonamenti acquistati e, quindi, sono numeri in più per le presenze. 
Quel che rimane sono gli appassionati di calcio, che nel bene o nel male, sono sempre contenti.
Che con Messi o Novaretti sono sempre li a dire “e vabbé su, stavamo fallendo”. 
Per quanto mi riguarda, non possedere l’abbonamento in tasca, e sono sicura di parlare per tutti gli altri Laziali (e non per i laziali o i “tifosi da divano”) è cosa dolorosa e fastidiosa.  Mettersi in fila come tutti gli occasionali da partite di cartello non è ciò che ci compete. Non lo è mai stato.
Ma lo farò e, ne sono sicura, lo faremo, tutti insieme. Come tutti insieme abbiamo urlato più volte il nostro dissenso. Come quando tutte le volte siamo stati violentati nel nostro amore ed eravamo lì a difenderlo. Come quando abbiamo marciato dietro alla scritta “O lui o Noi”.
Lo faremo Noi, che eravamo sempre presenti anche quando c’era chi affermava:  “Fino a che Lotito starà alla Lazio, non andrò allo stadio”. Come nelle belle domeniche di sole, durante le partite più insignificanti si preferiva andare a pranzo al mare, noi c’eravamo.
Il comunicato della Curva Nord è stato chiaro: “Non siamo di certo Noi a dover farci da parte perché siamo consapevoli che senza i Laziali non potrà esserci un futuro” e ancora “da adesso ognuno torni al suo posto”.
Non si poteva lasciare lo stadio agli occasionali della mitica frase “scusa, questo è il mio posto”, ai Lotitiani (ahimè ancora esistono) che non hanno perso l’attimo per abbonarsi. Tantomeno ai più gagliardi: “Io sono della Lazio, amen il resto vado per tifare”…e poi stanno seduti, popcorn e birra, non tifano e poi “scusa, e sposta la bandiera non vedo”.
Noi torniamo al nostro posto, io tornerò al mio posto, tutti gli altri miei fratelli Laziali torneranno al loro posto. Agli altri lasciamo il brivido di fare i galletti con gli amici e i colleghi il lunedì mattina dicendo: “Sì, sì, ma io ieri ero allo stadio, ho fatto anche l’abbonamento”.
La Lazio siamo Noi, i giocatori vanno e vengono, Noi no. Noi non passeremo mai di moda. Noi saremo sempre al fianco della nostra squadra, nel bene e nel male, la prenderemo sotto braccio come sempre. Aiutandola su ogni pallone, spingendola con la voce e con il cuore per ogni centimetro di quel rettangolo verde che ha visto una Lazio gloriosa, che ha visto Campioni vestire i nostri colori e che speriamo i nostri figli potranno vedere un giorno.
Signor Lotito e tutta la sua allegra corte dei miracoli,  lei 70 mila persone allo stadio, come il 12 maggio per Di Padre in Figlio, non le vedrà mai per mano sua.
E il mio augurio è che lei lasci la Lazio al più presto.
“Ogni maledetta domenica io lo so perché non resto a casa” e questo è il momento di serrare i ranghi, continuare a difendere la nostra fede e la nostra Amata da chi ne abusa da anni.
Ci vediamo a Lazio-Cesena, perché la Lazio è dei Laziali e “un passo indietro io mai lo farò”.
LIBERALALAZIO.

Aurora Silvestroni