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La mancata vittoria dell’Inter a Udine (0-0) è un segnale discretamente funesto per Antonio Conte. Primo, perché l’Inter, che quest’anno aveva sempre segnato in trasferta, non riesce a racimolare la miseria di un gol. Secondo, perché il pareggio sottrae la possibilità di chiudere il girone d’andata a pari punti con il Milan (nerazzurri a meno due) e di fregiarsi del platonico, ma significativo titolo di campioni d’inverno (l’Inter sarebbe stata prima per differenza reti). Terzo, perché l’allenatore (espulso al 90’ per proteste causa i soli quattro minuti di recupero concessi dall’arbitro Maresca) è meno sereno di una settimana fa (aveva battuto la Juve a San Siro) e, soprattutto, ha visto ancora una volta la sua squadra regalare punti ad una medio-piccola brava a difendersi e poco più.

Non posso, però, non essere contento per Gotti, l’allenatore dei friulani. Gino Pozzo, che già non lo voleva l’estate scorsa, dopo la salvezza raggiunta con merito, aveva intenzione di esonerarlo  dopo la sconfitta con la Sampdoria. Se gli hanno lasciato due partite per invertire la rotta è perché anche la dirigenza friulana era convinta che contro Atalanta e Inter, l’Udinese avrebbe perso, Gotti sarebbe stato esonerato e da lunedì la squadra sarebbe stata consegnata a Semplici. Invece, siccome il calcio si fa beffe di tutti e però premia il lavoro delle persone serie, sono arrivati due pareggi preziosi per la classifica e prestigiosi per la qualità degli avversari. L’Udinese non solo  adesso sarebbe salva, ma ha toccato quota 18 che per la fine dell’andata non è niente male.

Male, invece, l’Inter. Male il gioco (asfittico), male l’approccio (molle), male la combattività (bassa) in una partita in cui contava correre più dell’avversario e vincere un maggior numero di contrasti.

La squadra di Conte, invece, pur avendo il controllo dell’iniziativa e, dunque, della palla ha tenuto un ritmo blando, senza accelerazioni, senza accensioni e con molti palloni giocati lateralmente. Tutto ciò che l’Udinese si aspettava per attuare il suo piano difensivo (5-3-2) con grande assembramento in mezzo al campo. L’unica occasione del primo tempo è arrivata, così, da un colossale errore di Becao che, ricevuta palla dal portiere Musso in disimpegno facile, ha regalato la sfera a Lautaro Martinez all’interno dell’area. L’argentino ha fatto un passo e ha tirato a colpo sicuro, ma Musso, con un guizzo prodigioso, ha deviato in angolo. Gol sbagliato o intervento eccezionale, poco importa. Importa, invece, che in una partita arida di occasioni (un gol annullato ancora a Lautaro per fuorigioco, uno strepitoso tiro di Barella a dieci centimetri dall’incrocio dei pali) certe situazioni vanno capitalizzate perché raramente ricapitano.

Infatti, anche nella ripresa, ce ne sono state poche. Una, frutto di uno sganciamento laterale di Hakimi, è stata chiusa con un cross troppo avanzato per Lukaku (complessivamente spento). Poi, sempre uno spunto di Hakimi, ha prodotto un diagonale fuori di poco. L’Inter ci ha provato fino alla fine, ma ha fatto più confusione che altro. Conte, che ha cominciato con la formazione titolare - la stessa che aveva travolto la Juve - a venti minuti dalla fine ha cambiato tre giocatori: Young, Lautaro e Vidal (che non ha gradito, non capisco proprio perché), inserendo Perisic, Sanchez e Sensi. Non che le cose siano andate meglio, ma va apprezzato il tentativo di attaccare con due esterni di pura offesa (Perisic e Hakimi), mentre la partita si stava impantanando.

Ora molti si chiederanno se con avversari come l’Udinese abbia un senso tenere tre difensori centrali contro un solo attaccante (Lasagna perché Deulofeu non lo è) e, dunque, se non si perda un uomo nello scacchiere complessivo. E’ un discorso che ho già fatto e che ho affrontato, a Sky, con lo stesso Conte. Ebbene l’allenatore è convinto che una difesa a quattro, cioè con i due centrali che difendano uno contro uno più due coppie di esterni o un trequartista, sia una soluzione da attuare solo occasionalmente e quando le partite ne richiedano la necessità.

Ciononostante resto convinto - anche in relazione del crollo interno del Milan con l’Atalanta - che lo scudetto lo vincerà l’Inter, in forza della migliore coppia d’attacco e della partecipazione di centrocampisti e difensori al fatturato del gol. La difesa, ormai semi blindata, dovrebbe costituire un’ulteriore garanzia. Udine è, dunque, un episodio? Nonostante l’umore nero di Conte, per me sì. E, comunque, l’Inter ha pur sempre guadagnato un punto sul Milan. Piuttosto vale la pena guardarsi le spalle. L’Atalanta e, se vince, anche la Juve, sono in scia.




IL TABELLINO

Udinese-Inter 0-0 


Udinese (3-5-2): Musso; Becao, Bonifazi (18’ s.t. De Maio), Samir; Stryger Larsen (33’ s.t. Molina), De Paul, Arslan (33’ p.t. Walace), Pereyra, Zeegelaar (33’ s.t. Nuytinck); Deulofeu (17’ s.t. Mandragora), Lasagna. All. Gotti.

Inter (3-5-2): Handanovic; Skriniar, De Vrij, Bastoni; Hakimi, Barella, Brozovic, Vidal (25’ s.t. Sensi), Young (25’ s.t. Perisic); Lukaku, Lautaro (25’ s.t. Sanchez). All. Conte.

Arbitro: Maresca di Napoli

Ammoniti: 10’ p.t. Arslan (U), 37’ p.t. Samir (U), 21’ s.t. Bastoni (I), 33’ s.t. Zeegelaar (U), 38’ s.t. Sensi (I)

Espulsi: 45+1’ s.t. All. Conte (I)