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    Sampmania: la mia Göteborg

    Sampmania: la mia Göteborg

    • Lorenzo Montaldo
    Andrò controcorrente. A me tutte le immagini di trionfi passati che si succedono in questi giorni non trasmettono solo allegria. Anzi, vi dirò la verità, mi mettono persino un po’ di 'tristezza', anche se definirla così è sbagliato e ingeneroso. E’ una naturale sensazione di nostalgia e rimpianto, certo, ma è anche qualcos’altro. E’ la  consapevolezza che i nati ‘nel periodo sbagliato’ certe sensazioni non le potranno vivere appieno. Non riusciranno ad assaggiare il gelato, al massimo potranno limitarsi a leccarne la carta, respirando l’odore rimasto sull’involucro, ma senza sapere realmente quale è il gusto che ti invade la bocca. 

    Cosa significa davvero ritrovarsi davanti Vialli che frega la palla al portiere dell’Anderlecht? Grazie al servizio di Rai Sport, l’altra sera metà Genova si è fermata a rivedere come in un loop le immagini che tutti conoscono a memoria, perché c’erano o perché gliele hanno riproposte in famiglia decine di volte. L’ufficio comunicazione della Sampdoria, con una mossa di marketing davvero carina e originale, ha rivissuto sui suoi social la partita minuto per minuto, esattamente come se fosse una gara in corso. Formazioni iniziali, risultato all’intervallo, ansia per un risultato in bilico, poi finalmente l’esplosione di gioia quando il Mancio l’ha messa sulla testa di Gianluca. E’ stato un modo simpatico e originale per celebrare il trentennale della prima e unica volta in cui una squadra genovese è stata sul tetto d’Europa. Ma, ripeto, è un po’ come annusare la fotografia aromatizzata di un meraviglioso fiore. Bello, bellissimo, ma per niente la stessa cosa rispetto all'originale.

    Quelli che oggi non sono più ragazzini, ma neppure uomini di mezza età, Göteborg lo ricordano come un miraggio onirico. Contorni indefiniti, luci tremolanti, proprio come le immagini che vanno via sulla tv, e che si prestano alla perfezione per descrivere questa sensazione. Per i trenta-trentacinquenni di oggi la Sampdoria che vince la Coppa delle Coppe, o che arriva in finale di Coppa dei Campioni, è come un bel sogno al mattino. Ti svegli cercando disperatamente di rimanere aggrappato all’illusione notturna, che però ti sfugge dalle dita. Sempre meglio che accontentarsi di reperti sbiaditi in bianco e nero relativi trionfi anteguerra, usciti direttamente dalla serie tv di Netflix ‘The English Game’, sia chiaro, ma non è la stessa cosa. Ecco il motivo per cui quelle partite, quelle notti, quelle finali, non le rivedo poi troppo volentieri. 

    La nostra generazione ha attraversato altre epopee, diverse e logicamente rimodulate su ciò che nel frattempo era diventato il calcio. So che per i fortunati a cui è stato concesso di vivere entrambi i cicli vitali della storia blucerchiata, si tratta di momenti imparagonabili. Ma fidatevi, per chi aveva come termine di paragone soltanto una retrocessione e una promozione, non è così. La mia Berna è la finale di Coppa Italia persa con la Lazio, la mia Wembley è Sampdoria-Werder Brema, il mio Sampdoria-Lecce dello Scudetto è il Samp-Napoli della Champions, e la mia Göteborg è Palermo-Sampdoria. Ecco, avete presente la foto iconica dei blucerchiati sdraiati sul prato di Ullevi? Il suo alter-ego è l’immagine che vedete a corredo dell’articolo, incorporata qui in basso. La ritengo una diapositiva meravigliosa del momento, neppure a farla apposta sarebbe riuscita meglio. D’altro canto credo che i grandi scatti non siano preparati, vengono fuori così. 

    Nel pomeriggio cristallizzato del Barbera è tutto perfetto, tutto bellissimo. Non c’è la Coppa, ma c’è Pazzini in trionfo, arrampicato su un tabellone con lo sguardo fiero e il mento in alto. Sembra il quadro rinascimentale di un condottiero, o la raffigurazione di un generale romano vittorioso. Di fianco al numero 10 c’è l’altro gemello del gol, quel fenomeno assoluto a cui ritengo vada ascritto il 60% del trionfo 2009-2010, che si arrampica per raggiungere il partner ed issarsi su un ideale palco per la meritatissima standing ovation. I contorni sono nitidi, definiti, vivi, esattamente come li porto stampati nella mia memoria.

    Ieri era l’anniversario di Göteborg, quella vera. Era il suo trentennale, ma era pure il decennale di un’altra Göteborg, la mia. Anche la foto di quel pomeriggio siciliano del 9 maggio 2010 però procura un po’ di nostalgia, esattamente come la sua madre svedese. Pure in questo caso è netta la sensazione di qualcosa di irripetibile, specialmente oggi. La Sampdoria ieri ha pubblicato il ricordo dell’impresa di Palermo, chiedendo ai tifosi di attribuire un titolo. Il mio amico Andrea ha suggerito “Non succederà più”, e temo abbia centrato il punto. Vale per Göteborg, ma anche per Palermo.

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