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Partiamo subito con un dato di fatto: perdere Karol Linetty, comunque vada, sarà un peccato. E’ uno spreco dal punto di vista tecnico e tattico, dal momento che il centrocampista polacco è probabilmente uno tra i migliori giocatori a disposizione di Claudio Ranieri (se non il migliore), ma dispiace pure sotto l’aspetto umano. In quattro anni non ricordo un accenno di polemica, mezza frase fuori posto o un comportamento neppure vagamente criticabile. Il trattorino blucerchiato parla poco, lavora tanto, è sempre sorridente e mai inopportuno. Ha una famiglia, amici, non eccede, insomma, è il classico giocatore che vorresti sempre a rappresentare la tua squadra.

Già in un Sampmania di qualche tempo fa vi avevo raccontato un esempio della sua umiltà. In una delle ultime partite a porte aperte – sembra passata una vita – l’ho incrociato fuori dal Ferraris: uscivamo entrambi dal lato tribuna, e tutti e due andavamo a piedi in direzione del parcheggio dedicato alla stampa e alle famiglie dei tesserati. Arrivati all’altezza della Nord, nella consueta fiumana di gente che abbandona lo stadio, siamo stati bloccati dalle forze dell’ordine intente ad aprire i cancelli del settore ospiti. Linetty, vestito con una tuta della Sampdoria, cappellino e zainetto, poteva essere tranquillamente scambiato per un tifoso, e così è stato. I dieci minuti di attesa sul marciapiede sono stati impiegati dal centrocampista con selfie, sorrisi e strette di mano. Linetty non ha fatto notare alla Digos di essere un calciatore, non ha preteso di transitare a tutti i costi, non ha cercato di ‘passare avanti’ come avrebbero fatto molti colleghi, anche per una questione di sicurezza e ordine. Non gli è neppure venuto in mente. Defluiti tutti gli ospiti, la Polizia ha ci ha dato il via libera. Soltanto a quel punto uno dei responsabili tra gli uomini del cordone lo ha riconosciuto: “Lui è un giocatore, non può stare qui, dovevate lasciarlo passare”. Linetty è sembrato persino stupito del trattamento: “Figurati, non c’è problema, aspetto come tutti” ha risposto. Nel parcheggio si è fermato altri dieci minuti con fan e bambini, senza il minimo segno di impazienza nonostante la partita fosse finita da tempo e avesse probabilmente comprensibile voglia di tornarsene a casa.

Non è nulla di eroico o trascendentale, ma credo sia un episodio che tratteggia alla perfezione la figura di un ragazzo serio e a modo. Per questo motivo ritengo estremamente ingenerosa e immeritata la campagna denigratoria scoppiata sui social e tra i tifosi, casualmente in perfetta concomitanza con la notizia del suo probabile trasferimento, peraltro inevitabile considerando le condizioni economiche in cui versa la società e lo stato del suo contratto. Farlo passare per un ingrato avaro è ingiusto, Linetty non lo merita: una cosa sono gli affetti, un'altra il professionismo. Il mancato rinnovo non è una ripicca di un calciatore bizzoso, o un capriccio ‘irricevibile’ (come qualcuno lo ha definito) e totalmente fuori mercato. Ammesso e non concesso che le cifre siano quelle fatte trapelare da una delle parti in causa, trovo che non possa essere assolutamente definita  ‘fuori mercato’ la richiesta di rinnovo a 1,8 milioni di euro da parte di un calciatore di 25 anni, stabilmente nel giro della sua Nazionale da quattro o cinque stagioni, con oltre 240 partite da professionista, di cui 124 in Serie A. A maggior ragione se il ragazzo in questione viene cercato da parecchie squadre di fascia medio-alta tra Italia e Europa. Tanto è vero che il Torino un nuovo contratto a Linetty lo ha già offerto, a quasi due milioni netti a stagione. Scemi loro? Non credo.

Piuttosto il caso Linetty invita ad una riflessione sulla pessima gestione dal punto di vista aziendale dell’intera vicenda. Ritrovarsi con il proprio pezzo pregiato ad un anno dalla scadenza del contratto, rischiando di perderlo a zero, vedendo diminuire in maniera esponenziale il valore di una delle poche plusvalenze disponibili in seno alla rosa, è palesemente un errore. Negarlo sarebbe malafede. Quando ci si dibatte in una simile circostanza, è evidente che sia stato compiuto qualche passo falso in precedenza. Il rinnovo andava discusso prima? Credo di sì. Anche perché in tali contesti le strade percorribili sono sostanzialmente due: o si accetta il deprezzamento, realizzando il poco che si può con pretese purtroppo limitate, o si decide di arrivare a naturale scadenza sfruttando l’ultimo anno di prestazioni sportive a disposizione. Da lì non si scappa. Puntare i piedi, fare le bizze o offendersi perché i compratori cercano di prenderti alla gola non è contemplato.
La situazione peraltro si ingarbuglia ancora di più se chi vuole acquistare si è già accordato con il calciatore, e c’è la volontà comune di portare a compimento l’affare. In un caso simile, la leva a disposizione del potenziale acquirente è ancora più forte, così come la sua posizione. Comunque vada, la Sampdoria potrà legittimamente cercare di limitare i danni, ma il problema nasce da più lontano. Il Doria ha sbagliato l’amministrazione ad ampio raggio della questione, e ora si vedrà costretta ad una scelta penalizzante.

Allargando lo zoom si può inquadrare un’altra problematica che a mio modo di vedere è la più preoccupante, ossia la magagna del taglio del monte ingaggi. Ridimensionare il totale salariale di una squadra significa ridurre di conseguenza le ambizioni. Vuol dire ingaggiare giocatori di fascia inferiore, o giovani scommesse - Damsgaard ad esempio prenderà 400mila euro - e non poter ambire agli esuberi delle big, tramutandosi in terza o quarta scelta rispetto ad altre società capaci di garantire agevolmente uno stipendio più competitivo allo stesso calciatore. Impostare un tetto di un milione di euro equivale a collocarsi sul fondo della parte destra della classifica per quanto riguarda la speciale graduatoria in Serie A. Tanto per fare un esempio, nella stagione appena conclusa alla Spal retrocessa il più pagato era Petagna, 1,2 milioni, seguito da Berisha (1). Idem Brescia (Balotelli a 1,5, tutti gli altri sotto) e a Lecce. Sono solo alcuni degli esempi di dirigenze che non potevano o non volevano superare la nuova asticella imposta alla Samp. 

Tutto questo mi fa sorgere alcuni dubbi. Ad esempio, siamo sicuri che una formazione arrivata quindicesima a fatica possa permettersi un ridimensionamento simile se l’obiettivo, come sbandierato più volte, è quello di vivere una stagione con minori sofferenze? Quali circostanze, Coronavirus a parte, hanno portato a tale decisione? Come è possibile migliorare la qualità della rosa, spendendo di meno? Quali giocatori accetteranno di prolungare il loro contratto, guadagnando però meno rispetto alla base di partenza? L’abbassamento degli stipendi coinvolgerà tutti i tesserati di U.C. Sampdoria, dal momento che attualmente uno dei guideroni più alti viene corrisposto allo stesso presidente - che guadagna circa quanto Gaston Ramirez - per le sue qualifiche all’interno del CdA? Domande complesse, così come le risposte. Ma prendersela con Linetty mi sembra francamente ingiusto e poco corretto.

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