Dalla parte di nessuno. Davanti allo scontro fra European Club Association (ECA) e European Leagues (EL) si dovrebbe evitare la tentazione di prendere campo in favore di uno dei contendenti. Non è cosa indispensabile in assoluto, quali che siano l'oggetto della disputa e i soggetti in conflitto. Men che meno lo è stavolta, perché è impossibile distinguere fra una parte giusta e una parte sbagliata. A essere in conflitto sono due diverse bande in guerra per il potere sul calcio mondiale, nonché ansiose di prendere il ruolo da competitor di una terza parte che se ne sta beatamente alla finestra e guarda i duellanti scannarsi: la Fifa dell'avvocato Gianni Infantino. Costui non poteva augurarsi di meglio. Gli servono sul piatto il caos fra gli stakeholder, la condizione ideale per adottare la politica del divide et impera e intanto tessere alleanze con investitori esterni al calcio e allo spazio europeo. Non deve nemmeno fare il lavoro sporco, poiché ci pensano i duellanti a compierlo con una lotta dalla quale uno uscirà eliminato e l'altro logorato.

Di questa dinamica autodistruttiva, ECA e EL sono ben consapevoli. Cionondimeno, non possono fare a meno di proseguire nello scontro. Le posizioni maturate sono troppo decise e distanti per lasciare spazio al ripensamento e alla ricomposizione. Dalla parte dell'ECA c'è l'accelerazione verso la Superlega europea, il torneo del privilegio istituzionalizzato in favore dei club più ricchi e potenti del continente. Sul versante opposto, quello dell'EL, c'è una difesa dei campionati nazionali e dell'equità competitiva che giunge troppo tardi per non apparire una posizione rabberciata. Molto più onesto sarebbe, da parte dell'organo che rappresenta le leghe professionistiche europee, ammettere tutte le inadempienze e le miopie politiche del passato recente. Quando le principali leghe nazionali e poi la stessa EL (fino a un anno fa denominata European Professional Football Leagues, EPFL) non sono riuscite a gestire e controllare i crescenti appetiti dei club che adesso guidano le strategie ECA, e che delle leghe continuano a essere parte organica.



Ma ciò che più di ogni altra cosa spiega perché mai si dovrebbe prendere posizione in questo Gioco della Torre fra ECA e EL – meglio abbattere la Torre, in certe circostanze – è il confronto che improvvisamente si è acceso fra i loro leader. Da una parte Andrea Agnelli, presidente ECA in grave crisi di leadership, e sulla cui inadeguatezza a ricoprire il ruolo ci siamo espressi di recente. Dall'altra Javier Tebas, presidente della Liga spagnola che è diventato in questi giorni il capo informale dell'EL. Quest'ultimo organismo, dal canto suo, un presidente ce l'avrebbe. Si tratta di Lars-Christer Olsson, soggetto che ha avuto tempo di dimostrare debolezza e incapacità strategica. In tale vuoto di potere dell'EL si è inserito Javier Tebas. Personaggio molto controverso, che a fondo verrà raccontato in un nostro libro di prossima pubblicazione. Fino a pochi mesi fa Tebas era lanciatissimo verso un ruolo da commissioner della futura Superlega e riceveva elogi proprio da Agnelli. Ma le cose cambiano, e le lotte per il potere rendono nemici gli amici di ieri l'altro. E dunque adesso Tebas è il leader forte di uno schieramento debole, contrapposto al leader indebolito (Agnelli) di uno schieramento che continua invece ad avere dalla sua la forza economica e l'appoggio (non convintissimo, invero) dell'Uefa. E in questa contrapposizione prova a ritagliarsi uno spazio il presidente torinista Urbano Cairo. Che di Tebas ha sostenuto la candidatura al ruolo di presidente o di amministratore delegato della Lega di Serie A. Col solo risultato di fare ottenere al dirigente spagnolo un lauto aumento di stipendio da parte della Liga. Ma Cairo persevera, e in questi giorni occupa le colonne dei (suoi) media per fare lo scudiero di Tebas e l'aspirante leader di un fronte italiano anti-Agnelli. Presidente, un consiglio: si chéti. E cerchi di scegliersi meglio alleati e padrini, ché altrimenti il dominio di Agnelli sul calcio italiano rischia d'andare avanti indisturbato per i prossimi vent'anni.