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É abbastanza insolito che un presidente intervenga sul lavoro di un allenatore, che comunque rimane un dipendente che lavora negli interessi della società. Qualche volta può succedere che l’interesse del club non sia quello di un risultato immediato ma quella di una progettazione a lungo respiro; questo aspetto spesso potrebbe andare in conflitto con gli interessi dell’allenatore, che spesso guarda al risultato immediato. A me pare questo un caso nel quale sia necessaria una mediazione e quindi un confronto tra società e allenatore. Questo fatto succede spesso quando il progetto della società è un progetto basato sui giovani: non parlerei quindi di contrasto, ma di condivisione di obiettivi

ALLENATORE-GUIDA, MA A PATTO CHE... - In tutti gli altri casi, nei quali l’ingerenza è palesemente di ordine tecnico o tattico e riguarda il sistema di gioco o lo spettacolo e la gestione della squadra, la piega è tutt'altra. Ciò che è compito dell’allenatore, deve rimanere in capo all’allenatore. Quando succede che il tecnico sottostà ai voleri del presidente e ciò diventa cosa risaputa, ne risente subito la squadra, che perde un importante punto di riferimento. L’allenatore è una guida per i propri calciatori, ma solo quando questi sanno che ha potere decisionale, soprattutto per quanto riguarda scelte tecniche, di gioco e di formazione. 

NON L'AVRO' SENTITO - La gestione di tali situazioni - da parte dell’allenatore - è oltremodo difficile e anche stancante, perché qualche volta, nel manifestare disapprovazione nei confronti di chi sta in panchina, si può oltrepassare anche il limite dell’educazione. Capitò a me con un presidente con il quale sono andato molto d’accordo, parlo di Cellino, all’epoca del Cagliari, che ad una sostituzione manifestò il suo disappunto portando l’indice sulla tempia, come per dire: questo allenatore è matto. Fu ripreso dalle televisioni e in sala stampa mi fu raccontato. Alle domande risposi: “Non ci sono rimasto male per niente, perché il presidente non si intende di calcio”. Alla fine Cellino mi chiamò e mi ringraziò per i toni che avevo usato. Quando Zaccheroni vinse lo scudetto con il Milan, Berlusconi immediatamente si appropriò di meriti tattici: “Ho detto io al mister come doveva giocare”. Zaccheroni, da persona intelligente quale è rispose: “Probabilmente l’avrà detto, ma io non l’ho sentito”. 
IO E CELLINO - Poi ci sono interventi più brutali. Allora la situazione diventa difficilmente gestibile: l’allenatore si chiude in se stesso e tira dritto per la sua strada. Tanti anni fa, quando allenavo la Sampdoria, ho avuto - credo - il più grande presidente che abbia conosciuto, Paolo Mantovani. Lui non entrava mai in questioni tecniche, però ci fu un periodo nel quale eravamo abbastanza in contrasto (non sulla gestione tecnica). Tra me feci una riflessione: “É inutile che mi metta spesso in contrasto con il presidente, non serve a nulla”. Per un mesetto gli davo ragione su tutto, poi una mattina mi chiamò e mi chiese di passare in sede. Esordì così: “Ho capito tutto, però lei deve sapere che la pago per conoscere la sua opinione. Poi, su questioni che riguardano la società decido io, ma io la sua opinione la devo conoscere. Lei non si deve preoccupare dei nostri contrasti, quindi ritorniamo come prima". Altra levatura, dal punto di vista dell’imprenditore. E  probabilmente altri tempi, quelli di oggi al confronto mi sembrano piccoli piccoli. 

MIHAJLOVIC CON IL FIATO SUL COLLO - Mihajlovic invece è andato avanti tra alti e bassi, con una squadra, il Milan, che non è una grande squadra. La posizione attuale è quella che spetta al Milan perché davanti ci sono compagini che hanno valore tecnico superiore. Quando Mihajlovic si sedette in panchina e disse che non avrebbe firmato per il terzo posto, andò dietro a quella che è la sua indole, che è quella di vedere la vittoria in ogni partita. Senza stare a pensare a quello che potrebbe succedere dopo. A Firenze fece la stessa cosa: domenica dopo domenica professava la vittoria, poi non succedeva, e alla fine venne fuori il problema. Questo aspetto di Mihajlovic ha aspetti positivi e altri negativi: quando intraprende una serie di successi, come nel caso della Samp, diventa dirompente; qualche problema nasce nella gestione delle sconfitte e dei periodi negativi, ma questo  un problema che investe tutti noi allenatori. C’è chi è più bravo a gestire certi momenti e chi è meno bravo. Certo, avere un presidente che ti soffia di continuo sul collo, non deve essere gradevole. 

DI FRANCESCO É PRONTO - L’ultima riflessione la faccio su Di Francesco: ha fatto la sua gavetta, ha conseguito risultati attraverso il gioco e dato spettacolo. Non gli mancano carattere e personalità, viene dalla scuola Zeman, ma si è modificato prendendo la parte migliore del boemo. Secondo me è pronto per una grande squadra (Milan ndr).