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Marco Fassone è un dirigente illuminato che, nonostante la giovane età (55 anni), ha attraversato il grande calcio italiano vivendolo da dentro e, dunque, in prima persona. E’ stato alla Juve, poi al Napoli, quindi all’Inter e infine al Milan. Ad ogni passaggio è corrisposta una responsabilità maggiore, ad ogni tappa una quantità di esperienza che ora lo rende elemento prezioso nel mercato internazionale dei manager (ha avuto già un paio di contatti con l’estero, ma aspetta la Premier o la Liga) e interlocutore credibile per chi voglia saperne di più. La sua storia è stata un crescendo di opportunità.

"Il presidente De Laurentiis è stato il primo a credere in me come dirigente che si occupasse anche della parte sportiva" racconta in esclusiva a calciomercato.com. "Infatti mi ha nominato direttore generale. Ma io devo essere grato anche alla Juve, dove sono cresciuto, prima occupandomi di tutto quello che riguardava il nuovo stadio secondo le idee di Antonio Giraudo e poi da direttore commerciale".

Dottor Fassone, l’esperienza al Milan non si è chiusa bene.

"Diciamo che il modo sarebbe potuto essere diverso. E’ logico che quando arriva una nuova proprietà scelga uomini di propria fiducia, ma essere stato licenziato un’ora dopo aver ottenuto dal Tas la riammissione alle Coppe europee è stato doloroso. La mia opinione è che avremmo potuto evitare di finire davanti ad un giudice per arrivare ad un accordo. In tanti anni mi sono trovato nelle condizioni di licenziare dei dipendenti, ma ho sempre preferito evitare il tribunale. Sarebbe stato opportuno anche questa volta".

La prima considerazione è che il suo lavoro fosse appena cominciato e che il cambio di proprietà lo abbia danneggiato.

"Al Milan il progetto era triennale, con l’obiettivo di conquistare da subito il terzo o quarto posto. Nel primo anno abbiamo fatto una campagna dispendiosa per rafforzare la squadra in ogni reparto. Il secondo ci sarebbe servito per correggere il tiro laddove ci fosse stata la necessità. Il terzo per integrare la rosa".

Nell’estate del 2017 lei e Mirabelli realizzate undici acquisti, una squadra intera.

"Con il senno di poi sarebbe stato meglio fare qualche acquisto in meno e dare un po’ di qualità in più. Ricordo, però, che avevamo una difesa fortissima con Conti, che poi si infortunò lungamente, Bonucci, Romagnoli e Rodriguez con in porta Donnarumma".

Però i risultati non arrivarono.

"Non è vero. Con Gattuso, che sostituì Montella, facemmo un ottimo girone di ritorno, una media da terzo posto assoluto. E ricordo che a gennaio non potevamo prendere nessuno avendo speso duecento milioni in estate".

Il primo anno di una nuova gestione è spesso così.

"Certo. La Juve del 2010 con Marotta e Paratici arrivò settima".

Ma duecento milioni sono tanti per arrivare appena in Europa League?

"Per la verità ne realizzammo anche 60 vendendo dei giocatori che non erano esattamente dei gioielli della squadra".

Insomma, lei sostiene che il lavoro al Milan non ha dato i suoi frutti per mancanza di tempo.
"Oggettivamente è stato così. Io credo che in tre anni avremmo potuto raggiungere obiettivi importanti".

Perché Yonghong Li abbandonò la partita?

"Perchè si rese conto che non era in grado di saldare il rimborso del debito con Eliott che scadeva ad ottobre. Eravamo in primavera e la sua ricerca di soci fu vana. Allora a luglio non pagò una rata da 32 milioni e il Milan andò a Eliott".

Come aveva fatto Yonghong Li ad arrivare a lei?

"Non lo so. So solo che una domenica di agosto del 2016 squillò il telefonò e mi venne proposto un incontro a Milano, perchè con il precedente interlocutore, che si stava occupando della trattativa di acquisto del Milan, i cinesi avevano interrotto i rapporti. La mia avventura partì così fino al closing dell’estate successiva".

Anche all’Inter lei si occupò di un cambio di proprietà, quello tra Moratti e Thohir.

"Direi che all’Inter arrivai proprio per questo. Moratti aveva già deciso di vendere e gli serviva un compratore. Io dovevo occuparmi di supportare il presidente nell’attività di vendita. Eravamo nel 2013. Thohir entrò con il 70 per cento delle quote, il resto lo conservò Moratti".

Dall’Inter quando se ne va?

"Nell’autunno del 2015, quando pensavo che sarei rimasto perché mi era stato proposto il rinnovo del contratto. L'allenatore era Mancini, la squadra era prima, ma l’amministratore delegato era Bolingbroke, io direttore generale, e due galli nel pollaio faticavano a starci".

Lei non sembra esattamente un gallo che voglia soppraffarne un altro.

"Speravo nella coesistenza, ma non fu possibile. Ci eravamo divisi i compiti - io la squadra e lui tutta l’area business - ma non funzionava".

A guardar bene l’esperienza più positiva, almeno per lei, è stata Napoli.

"Due stagioni - 2010-2011 e 2011-2012 - bellissime. Sostituii Pierpaolo Marino, allenatore Walter Mazzarri. Il primo anno giocammo l’Europa League e approdanmmo in Champions League, il secondo vincemmo la Coppa Italia, un trofeo dopo venticinque anni di attesa. Un lavoro che mi riempì di soddisfazione".

Adesso Marco Fassone fa il consulente.

"Sì, ma spero per poco tempo ancora. Guardo all’estero anche se molte situazioni, causa Coronavirus, mi sembrano cristallizzate. Aspetto l’occasione propizia, ma deve venire da un campionato qualificato. Altrimenti ascolto, ringrazio, ma declino".