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L’ultimo pomeriggio di caldo africano ha coinciso con le ore più bollenti vissute all’intero del Senato della nostra Repubblica. Quattro ore di “teatro” per tutti i gusti. Dalla commedia al dramma, dalla tragedia al melodramma il tutto colorito con scene da curva ultras. Fondamentalmente nulla di nuovo sotto il sole del professionismo politico i cui rappresentanti ci hanno abituato a vederne e a sentirne di ogni colore. Sfortunatamente, però e come al solito, c’è di mezzo il nostro esistere quotidiano del quale, salvo dichiarazioni retoriche abusatissime, chi dovrebbe occuparsene seriamente pare scordarsi.  Alla fine del confronto, culminato con le dimissioni del premier Conte, l’impressione è che da domani ci ritroveremo ad analizzare un dejà vu di antichi film visti e rivisti. E il regista incaricato sarà, naturalmente, il presidente Mattarella al quale spetta il compito di rimettere insieme i cocci del vaso che altri hanno spaccato. Ora potrà accadere di tutto.

Una novità, comunque, è stato possibile trovarla. Il primo ministro Giuseppe Conte, indicato quattordici mesi fa dopo le elezioni come una sorta di fantoccio con i fili mossi da Di Maio e da Salvini, si è presentato in Senato con la grinta e con la determinazione che mai si saremmo aspettati. Sessanta minuti di discorso gestiti come il pugile sfidante il quale ha tutte le intenzioni di sfidare oltre all’avversario anche tutte le dicerie sul suo conto. A fare le spese di questo atteggiamento sorprendente è stato Matteo Salvini il quale è letteralmente finito al tappeto sotto i colpi di colui che è stato il suo premier evidentemente non tele comandato. 

Pugni non sferrati a caso ma precisi e destinati a fare male tanto che il leader leghista, anche durante la replica, è apparso “suonato” e incapace di reagire se non ripetendo i suoi soliti slogan e le sue invocazioni alla Beata Vergine Maria. Insomma l’uomo che aveva chiesto, scriteriatamente, agli italiani di poter avere “pieni poteri” ha concluso il suo percorso in maniera patetica con quella che è suonata quasi una supplica: “Se volete non ci saremo ancora. Ma, purtroppo per lui, il gong che segnalava la fine dell’incontro era già partito.