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Un matrimonio che s’ha da fare. La fusione tra la principale telco italiana e Open Fiber sembra essere arrivata alla svolta auspicata. Gli attori in campo (Tim, Fibercop, Cassa Depositi e Prestiti), sembrano aver trovato la quadra.
Il progetto, come noto, è quello di dotare l’Italia di una rete a banda larga che possa coprire tutto il territorio nazionale, garantendo il medesimo servizio da nord a sud, senza disparità. La fusione tra le due società, presenta ancora diversi nodi da sciogliere. C’è da capire come verranno scorporati e poi riuniti i diversi asset aziendali ad esempio. Tim e Open Fiber (nella foto Ansa Elisabetta Riba, ad di Open Fiber), hanno tecnologie e approcci diversi alla connettività in questo momento, riunirli riuscendo a non sacrificare nessuno di questi asset  sembra difficile e andrebbe a pesare sul debito societario.

C’è, poi, la questione Antitrust. Derubricata, in questo momento, ad un mero passaggio burocratico, così non è. L’Autorità per la Concorrenza del Mercato deve valutare se il nuovo attore in campo crei una posizione di monopolio. Il risultato è tutt’altro che scontato. In Europa non esistono modelli industriali di questo genere, proprio perché le autorità europee hanno sempre bocciato fusioni che generassero colossi nazionali che azzerassero di fatto la concorrenza interna. E’ già successo in Inghilterra e Danimarca che fusioni del genere siano state rigettate, mentre in Germania, Irlanda e Francia sono state imposte delle condizioni. 
Il modello economico basato su una fusione tra i due principali attori di un mercato, per fornire competitività alla struttura e al paese, deve essere paneuropeo. Significa che l’unione di due grandi competitor, deve operare in tutto il mercato europeo e non nel singolo stato regione, proprio per evitare il rischio di monopolio. 

Ma la questione è anche politica. Il ministro Gualtieri e in generale il governo, stanno puntando forte sul Dossier Tim-OpenFiber e un coinvolgimento così importante della politica, difficilmente può essere ignorato dalle autorità di sorveglianza. I nodi, dunque, potrebbero essere sciolti mescolando le carte e riprogettando un modello in linea con le norme europee e rispettoso delle regole del mercato concorrenziale.