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Caro Leo Turrini, come va...agli arresti domiciliari?

"Come tutti voi, spero. Cioè bene, con tanta angoscia, ma condividendo l’unica speranza che abbiamo. Rispettiamo le regole di comportamento e viviamo per aiutare chiunque a vivere. Nessuno di noi mai avrebbe immaginato un presente così. Bene, ci siamo dentro, ci siamo in mezzo. Non abbiamo il diritto di disertare. Abbiamo famiglie, figli, amici. Resistiamo! Nel mio piccolissimo io non ho mai lavorato così tanto, faccio un mestiere che ha un senso anche da casa. E provo una ammirazione immensa per chi invece sta in prima linea".

Per distrarci un attimo di che cosa potremmo parlare?

"Hai visto che l’intero mondo dello sport si sta dolorosamente adeguando alla nuova realtà".

Sono saltati gli Europei di calcio e non solo.

"Immagino sia probabile anche lo slittamento della Olimpiade di Tokyo. Sarebbe stata la mia quindicesima, fra estive e invernali. Forse ne avevo fatte troppe...".

Dai...

"Vedi, lo sport è un simbolo di aggregazione. È un valore che gli idioti da tastiera sul web non capiranno mai e magari può darsi che questo disastro ci aiuti a ripulire la dimensione online dagli odiatori e dai cretini in servizio permanente effettivo. Possiamo parlare di calcio e di mercato e di qualunque altra cosa, ma senza imbecilli volgari protetti dall’anonimato. Guarda, sono quasi sicuro, antropologicamente: i balordi che non rispettano gli inviti a stare in casa sono più o meno gli stessi che vomitano veleno in rete".

Dicevi della Olimpiade.

"Sì, è saltata solo in tempo di guerra. Adesso ci siamo vicini. Altro non serve, per testimoniare il dramma che stiamo vivendo".

Posso chiederti cosa pensi delle ipotesi di nuovi calendari per il calcio, italiano ed internazionali?

"Sono legittime elucubrazioni su un futuro che non ci è dato conoscere. Io non sono uno scienziato. Ma a occhio, fino a maggio inoltrato, non riparte niente. E bada: non decideranno Lotito o Cellino o la UEFA o la Fifa. Ormai dovrebbero averlo capito tutti. Anche Lotito e Cellino".

Come valuti l’ipotesi dei play off per lo scudetto, una sorta di extrema ratio?

"Senti, premettiamo che sono discorsi campati per aria. Ma una cosa la dico volentieri. I play-off non appartengono alla cultura del nostro campionato, ma da sempre le Coppe europee sono un play-off. Mica ci vuole Einstein per capirlo".

Quindi sei favorevole?

"Uno scudetto risponde ad una logica diversa ma se non ci fossero alternative si può fare. Tra l’altro molti che non conoscono la cultura del basket o del volley ignorano il dato significativo".
Cioè?

"Anche nei play-off alla fine vince la squadra più forte. Quindi, se fosse, lo scudetto in Italia andrebbe secondo me alla Juventus, che è superiore a Lazio e Inter per qualità e ampiezza di organico".

E in Champions?

"Lì la Juve farebbe più fatica. Se gioca come contro l’Inter, quando ha vinto meritatamente, in Europa non va avanti. Ma, purtroppo, data la situazione stiamo parlando di niente".

A proposito di situazione: qualche giorno fa in Australia si è arresa anche la Formula Uno.

"Tardi e male! Ne parlammo qui alla vigilia del Gran Premio di Melbourne. Ti dissi che avevano ragione Hamilton, Raikkonen e Vettel, che denunciavano l’assurdità di una trasferta del genere in un contesto tanto critico. Avevano ragione e anche di Gran Premi, se va bene, riparleremo a ridosso dell’estate. Posso aggiungere una cosa?".

Prego.

"In questo week end Ayrton Senna avrebbe compiuto 60 anni. Eravamo coetanei e se i curatori di questo sito sono bravi come credo tirano fuori la foto che ci facemmo insieme per il nostro trentesimo compleanno, festeggiavamo insieme a Imola. Ayrton avrebbe usato le parole giuste e la Formula Uno del 2020 per l’Australia non sarebbe nemmeno partita".

Che cosa ti manca di lui?

"Non il pilota, era un grandissimo e chi lo ha visto in televisione lo sa. Mi manca la sensibilità dell’uomo. Eravamo amici e il mio rimpianto è quello sguardo che ci scambiammo a Imola il 30 aprile 1994. Era appena morto Ratzenberger, un suo collega. Incrociai Ayrton nel paddock, mi fece capire con gli occhi che non voleva parlare, lo avremmo fatto più tardi. Il giorno dopo non c’era più e io l’ho vista quella stanza dell’obitorio di Bologna, lui e Ratzenberger accanto, l’idolo planetario e il milite ignoto della velocità. Li ho visti, ho capito tante cose della vita, per questo non mi interessano i Lotito e i Cellino".

Come sarebbe stata l’esistenza di Senna, se oggi avesse 60 anni come te?

"Non lo so, ho solo un senso di rimpianto. Figurati che idealmente l’ho riportato a casa io, ero sul volo Varig Parigi-San Paolo di martedì 3 maggio, avevano sistemato la bara in business class, avvolta nella bandiera verde oro del Brasile. Per legge non si poteva, doveva stare nella stiva. Il comandante del volo mi disse: spero non le dispiaccia tenergli compagnia, ad Ayrton glielo dobbiamo, ha sempre viaggiato con noi, non può tornare come un bagaglio".

E tu?

"Ho parlato con lui per tutto il viaggio. Mi sembrava pure che mi rispondesse, è stata una notte crudele e dolcissima a diecimila metri di quota. Io oggi ho 60 anni, lui non c’è, ma è come se ci fosse sempre stato".

di Daniela Bertoni