La seconda metà degli anni'30 del '900 calcistico italiano può plasticamente essere rappresentata dal duello tra il Bologna e l'Ambrosiana-Inter, dominatrici del campionato con – rispettivamente – tre e due scudetti portati a casa. In particolare il Bologna riesce a spezzare l'egemonia della Juventus del quinquennio grazie ad una squadra fortissima guidata da un allenatore del quale solo recentemente si è tornato a parlare: Arpad Weisz, ebreo cancellato dalle memorie dopo l'adozione delle leggi razziali fasciste. Sì perchè nell'autunno del 1938 si conclude un processo iniziato in estate che porta alla promulgazione delle leggi razziali, fortemente antisemite, con le quali anche il calcio dovrà fare i conti.

IL BOLOGNA CHE TREMARE IL MONDO FA - Durante l'egemonia juventina il Bologna passa nelle mani di Renato Dall'Ara, industriale reggiano nel campo tessile, con lui la buona stella rossoblu riprende a brillare come non mai, facendo impallidire il precedente Bologna di Arpinati, capace comunque di conquistare due scudetti e una Mitropa. Nell'estate del 1935 Dall'Ara chiama sulla panchina l'ungherese, di origine ebraica, Arpad Weisz che, prima dell'abbuffata juventina, aveva portato alla vittoria l'Ambrosiana nel primo campionato a girone unico, quello del 1929-30, quando lui di anni ne aveva soltanto 34, diventando così l'allenatore più giovane ad aver mai vinto uno scudetto. Nel 1930 trova anche il tempo di scrivere con Aldo Molinari un manuale Il giuoco del calcio che farà scuola e che proprio quest'anno è tornato alle stampe sorprendendo per la sua ancor fresca attualità. Dunque Dall'Ara lo chiama a guidare il suo Bologna, una squadra rinforzata da alcuni arrivi eccellenti che vengono valorizzati al massimo dall'ungherese. È il Bologna dei Fedullo, degli Schiavio, degli Andreolo e dei Reguzzoni, ma è soprattutto il Bologna di Weisz. Con lui in panchina il Bologna non solo pone fine al dominio juventino, ma è capace di vincere due scudetti consecutivi, nel 1935-36 sopravanzando di un punto la Roma e l'anno successivo distanziando la Lazio. Tanto è forte che nel maggio del 1937 il Bologna viene invitato al Torneo dell'Esposizione di Parigi che, per il livello delle partecipanti, può essere davvero paragonato, come alcuni fanno, all'attuale Champions League. E il Bologna quel torneo lo domina, lo vince, battendo in finale il Chelsea. Sì, proprio la presenza di una squadra dei “maestri” inglesi rende bene l'idea del livello del torneo, impreziosito anche dalla partecipazione dell'Austria Vienna, detentore della Mitropa Cup e dei campioni di Cecoslovacchia, Germania e Francia. È uno degli ultimi momenti di calma in Europa: con il 1938 il folle piano di Hitler inizierà ad essere messo in pratica prima con l'Anschluss nazista dell'Austria e poi con l'annessione di vasta parte della Cecoslovacchia, annessione permessa dalla Conferenza di Monaco del settembre 1938.

LA DICHIARAZIONE SULLA RAZZA, L'INIZIO DELLA FINE - Eh già, il 1938. Per l'Italia del pallone e non solo è l'anno del secondo trionfo mondiale a domicilio dagli odiati francesi.  È in una giornata di fine estate del 1938 che tutto prende a precipitare anche in Italia, quando a Trieste il Duce anticipa il contenuto delle leggi della vergogna. Da quel momento la strada è tracciata e la via viene presa da tutta una Nazione. Già in luglio erano stati serviti tutti gli elementi per capire ciò che sarebbe accaduto da lì a poco. Il 5 agosto il Manifesto sulla razza viene pubblicato sulla rivista La difesa della razza, dal titolo evidentemente programmatico, rivista che dal settembre dello stesso anno verrà diretta da un giovane Giorgio Almirante che pare aver sposato in pieno la causa ed ha il compito di far penetrare in Italia le assurde tesi antisemite naziste, portando una popolazione, quella italiana, tendenzialmente non razzista a diventarla. Due mesi più tardi, il 6 ottobre 1938 viene emessa dal Gran Consiglio del Fascismo la Dichiarazione sulla razza, che è il testo cardine che poco più di un mese più tardi diventerà legge italiana. Siamo nel cuore della notte della ragione.

NON SOLO WEISZ. IL TRIBUTO DEL CALCIO ITALIANO AL RAZZISMO FASCISTA - Di Weisz per oltre 60 anni non se ne è saputo nulla. Tanto è potente la scelleratezza umana nell'ostinarsi a non voler ricordare. Se oggi conosciamo la sua tragica storia il merito è del giornalista bolognese Matteo Marani che nel 2007 per Aliberti pubblica Dallo scudetto ad Auschwitz nel quale per la prima volta viene ricostruita tutta la drammatica esperienza di Weisz. Tanti, tantissimi altri faranno la stessa fine di Weisz. Tra questi Raffaele Jaffe, Giorgio Ascarelli e Renato Sacerdoti. In comune, oltre alle origini ebraiche l'amore per il football. Raffaele Jaffe è un pioniere del calcio italiano. È un insegnante quando viene rapito dal demone del football e fonda nel 1909 una squadra di calcio a Casale Monferrato. Maglia nera con grande stella bianca sul petto. Da presidente Jaffe porta il Casale a vincere uno storico campionato italiano nel 1914 per poi abbandonare ogni carica al termine della prima guerra mondiale. È ebreo, ma questo particolare è insignificante nell'Italia sabauda. Diventa purtroppo per lui decisivo nell'Italia fascista. A nulla serve la sua conversione al cattolicesimo del 1927, le deliranti leggi razziali colpiscono anche Jaffe: viene arrestato nell'inverno del 1944 e internato per cinque mesi nel campo di Fossoli, prima di essere deportato ad Aushwitz e trovare lì la morte nell'agosto di quello stesso anno. Giorgio Ascarelli lega il suo nome a Napoli e “al” Napoli, del quale è tra i fondatori nel 1926 e al quale regala anche lo stadio che “a furor di popolo” gli viene intestato alla sua prematura morte, nel 1930. Quello stadio che però poco prima dei mondiali italiani del 1934 cambia la denominazione in “Partenopeo” iniziando in qualche modo quel processo di rimozione di ogni riferimento ebraico che verrà portato a compimento pochi anni più tardi. Anche di Ascarelli restano pochi ricordi e tanti, troppi silenzi. Nel 2017 esce per la casa editrice Giuntina il volume  Presidenti scritto da Adam Smulevich dove vengono ricostruite le vite di Jaffe, Ascarelli e anche quella di Renato Sacerdoti. Tra i fondatori della Roma e tra i fascisti della primissima ora, Renato Sacerdoti conosce una parabola degna dei migliori romanzi. Da giovane Renato Sacerdoti è un convinto simpatizzante del fascismo, tanto che nel 1922 partecipa alla marcia su Roma. È dichiaratamente fascista, vuoi per convinzione, vuoi per convenienza, ma è anche ebreo. Quando il vento antisemita inizia a soffiare forte sull'Italia, su Roma, la notte di Natale del 1937 si converte al cattolicesimo ma non gli basta per scampare alle leggi razziali ed essere messo ai margini e perseguitato. Si salva dalla deportazione camuffandosi da prete e trovando rifugio in un convento, dove rimane sin quasi il termine della guerra. C'è un altro allenatore eccellente che riesce a scampare alla morte. È l'ungherese Erno Erbstein, ebreo, che scriverà le pagine indelebili del grande Torino del dopo guerra. Nel 1938 ha iniziato la carriera da allenatore dei granata, ma i timori per la vita sua e dei suoi famigliari sono troppi, riesce dopo un viaggio avventuroso a rientrare in Ungheria, a Budapest, dove però nel 1944 non riuscirà a scampare all'arresto da parte dei nazisti. Rinchiuso, troverà una rocambolesca via di fuga e riuscirà a mettersi in salvo e – terminata la guerra – a riprendere la sua carriera nel mondo del calcio, a Torino in particolare.

L'ULTIMA DOMENICA ITALIANA DI WEISZ - Il 17 novembre 1938 viene promulgato il Regio decreto n.1728 che fa diventare legge statale la delirante Dichiarazione sulla razza. Per gli ebrei in Italia non c'è più spazio. Non si possono sposare, non possono lavorare in ambiti statali, non possono frequentare le scuole. Weisz “scompare” prima. Circa un mese prima. Come detto già con ottobre la vita degli ebrei in Italia è segnata. Il 16 ottobre Weisz siede per l'ultima volta su una panchina di serie A in Italia, assistendo alla vittoria del suo Bologna sulla Lazio per 2 a 0. Bruno Roghi dalle colonne de La Gazzetta dello Sport del 17 ottobre così conclude:
“(...) Una nota, per finire, anzi una voce che diamo per dovere di cronaca, senza metterci niente del nostro (salvo l'impressione che la voce sia fondata). Pare che Felsner, già allenatore del Milan, debba far presto le sue valige per Bologna.”
Non viene neppure mai nominato Weisz, né in quell'articolo né negli articoli dei giorni precedenti, l'opera di rimozione è già iniziata, ma è chiaro che Felsner, che aveva già allenato il Bologna di Arpinati, dovrà andare a sostituire Weisz, che a sua volta ripiegherà per alcuni anni in Olanda dove troverà modo di fare ottimo calcio prima di essere deportato ad Aushwitz e lì morire a fine gennaio del 1944.
Arpad Weisz, l'uomo dei grandi trionfi del Bologna esce di scena, senza luci, senza una voce. Di lui non si vorrà più sapere nulla. Per troppo tempo.

(Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)