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La generosa espulsione di Cassata e il rigore furbescamente cercato da Ronaldo, e altrettanto maldestramente procuratogli da Sanabria, sono gli episodi che la gara di ieri tra Juve e Genoa consegneranno alla storia di questo campionato. Episodi che fanno male al tifoso del Grifone e che gli lasciano in bocca un ingeneroso retrogusto amaro. Ma la sfida tra bianconeri e rossoblu non ha raccontato solo questo, almeno dalla sponda ligure del match.

Se c'era una gara dalla quale non aspettarsi indicazioni valide per cercare di comprendere il nuovo Genoa di Thiago Motta era proprio quella in casa juventina. Nella reggia di Madama, perdipiù infuriata per il mezzo passo falso rimediato nel Salento sabato scorso, e con la delicata partita con l'Udinese alle porte era lecito aspettarsi da parte del Grifone una prova in maschera nella quale si pensasse più ad arginare il gioco altrui che non a far emergere il proprio. D'altronde quando la peggior difesa della Serie A si presenta a casa degli 8 volte Campioni d'Italia in carica non si può certo pretendere che lo faccia cercando di dettare legge.

E invece, al di là delle inevitabili prudenze tattiche, il Genoa visto allo Stadium ha evidenziato anche alcuni interessanti aspetti, soprattutto caratteriali. La squadra di Thiago Motta non è apparsa per nulla intimorita dal blasone e dalla forza di un avversario che in Italia non ha rivali da un pezzo. Anzi, una volta subito il gol di Bonucci, ha saputo reagire e anche grazie ad un pizzico di fortuna ha rimesso il punteggio sui binari di un giusto equilibrio.

Trascurando i discutibilissimi episodi arbitrali sui quali molto si è scritto e tanto ancora si parlerà, è doveroso puntare l'attenzione anche sull'atteggiamento di una squadra che pur essendo ancora in cantiere in piena evoluzione sta dando segnali di vita impensabili solo qualche giorno fa.

È da qui che deve ripartire il Grifone e da una convinzione forse più importante del punto svanito in extremis tra i fari un po' annebbiati dello Stadium.