511
Nel calcio nessuno è incedibile. Tantomeno dopo il Covid che ha impoverito molti club (quasi tutti eccetto gli inglesi) e rende problematico il futuro. Perciò la ormai certa cessione di Romelu Lukaku al Chelsea per una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 130 milioni è giusta, sacrosanta e inevitabile.

L’Inter non ha cercato un acquirente, le si è parato di fronte all’improvviso. Ha resistito finché ha potuto (no a 100 milioni più Marcos Alonso), ma di fronte alla volontà del calciatore di andare a vestire la maglia dei campioni d’Europa (passerà da 8 milioni d’ingaggio netti a dodici più bonus) non può fare altro che accondiscendere.

Dal punto di vista tecnico, Lukaku non è sostituibile perché nessuno è come lui. Dal punto di vista economico e finanziario, invece, la sua vendita rappresenta un toccasana per una società che, per andare avanti, si è messa nelle mani di un fondo di investimento e, dunque, non è più del tutto padrona delle proprie mosse.

Nelle previsioni di bilancio, infatti, l’Inter in questa estate avrebbe dovuto recuperare 150 milioni, in parte reperiti con la cessione di Hakimi (60 milioni dal Psg), in parte frutto del risparmio del venti per cento sugli ingaggi in essere dei calciatori. Ne servivano un’altra sessantina che i dirigenti pensavano di raccogliere vendendo elementi non di priimissima fascia (da Perisic a Gagliardini, da Sensi a Pinamonti).

Invece, in un colpo solo, arriveranno 130 milioni. Una parte (60-70) andranno nelle casse della società, il resto servirà per sbarcare sul mercato a prendere il sostituto di Lukaku.

Si è parlato, in queste ore, di Duvan Zapata dell’Atalanta senza contare che i bergamaschi dovrebbero colmare l’eventuale partenza del colombiano con l’arrivo di Tammy Abraham, un calciatore valutato 40 milioni dal Chelsea. Ma questo è un altro discorso e, se vogliamo, c’entra poco con la legittimità di vendere Lukaku. Si è detto che l’Inter lo fa per bisogno e di fronte al bisogno non c’è ragione contraria che tenga.
A mio giudizio, però, l’Inter avrebbe dovuto farlo anche se non ci fossero state le condizioni di necessità. La storia ci insegna che club anche grandi (la Juventus per esempio), con una dirigenza diversa da quella attuale (quando c’erano Giraudo e Moggi, infangati da Calciopoli, al contrario di Bettega), vendevano Zidane per 120 miliardi di lire e rifacevano la squadra per anni. Si dice che fosse un altro calcio e, forse, è vero, ma il principio dell’autofinanziamento lo pratica anche l’Atalanta, ex provinciale con i conti a posto, che da tre anni va in Champions League e, almeno in linea teorica, lotta per lo scudetto.

Esempio fresco quello di Romero accasatosi al Tottenham per 55 milioni di euro. Ovvio, l’Atalanta dovrà prendere Demiral dalla Juve spendendone 30, ma non è detto che il turco abbia un rendimento inferiore rispetto a Romero. Idem per Zapata. Via lui (sempre che vada all’Inter) ci saranno i soldi per puntare su Abraham, più giovane di Zapata e più in  linea con il gioco di Gasperini.

Non voglio tralasciare, seppure a titolo di esempio, neppure la Juve di oggi. Pensate che se davvero fosse arrivata un’offerta di 100 milioni di euro per Chiesa (interessava al Chelsea e al Bayern Monaco), la dirigenza bianconera non l’avrebbe lasciato andare? Io penso proprio di sì, perché questo avrebbe reso meno gravosa la ricapitalizzazione  (400 milioni) con la quale è di certo più facile e più comodo fare il dirigente.

Nonostante qualche timido segnale di inversione di tendenza, i soli a non essere contenti della cessione di Lukaku (il quale, lo ripetiamo, ha deciso da solo, ovvero senza la pressione di nessuno), sono i tifosi per i quali uno scudetto o una Champions sono più importanti di una società che abbia il futuro assicurato.

Eppure è un salto culturale che va affrontato. Il calcio non è più solo fede, è anche consapevolezza della gestione economica e patrimoniale. Chi è sano può andare avanti. Chi no deve fermarsi. O ridimensionarsi. Altra via non c’è. A meno che non si voglia seriamente rischiare il fallimento.