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Il Tribunale Federale Nazionale della FIGC ha reso note le motivazioni della sentenza con cui ha comminato 7 mesi di inibizione al presidente della Lazio Claudio Lotito e 12 mesi ai medici Rodia e Pulcini, oltre a una sanzione di 150.000 euro per il club biancoceleste per il caso tamponi dello scorso novembre. Caso che aveva visto il coinvolgimento di calciatori del calibro di Ciro Immobile, scesi in campo nonostante gli esiti discordanti dei test per il Covid ai quali lui e altri compagni erano stati sottoposti presso diversi laboratori, il Futura Diagnostica di Avellino, in Synlab e il Campus Biomedico di Roma.

PROTOCOLLO VIOLATO - Tra gli estratti delle anticipazioni riportate da La Gazzetta dello Sport, si rileva come la Lazio abbia violato i protocolli sanitari anti-Covid e per questo va sanzionata, mettendo in forte discussione anche la tesi su cui i legali capitolini hanno costruito la propria difesa: "Appare destituita di fondamento la circostanza secondo la quale alla società non incombesse alcun obbligo di avvisare tempestivamente l’autorità sanitaria pubblica nè di porre in essere, in assenza di indicazioni specifiche della stessa, le conseguenti attività imposte dai protocolli sanitari emanati dalla Figc e validati dalle autorità sanitarie. C’è un automatismo che non può trovare alcuna limitazione qualora l’azienda sanitaria pubblica non venga informata della positività del calciatore o di un componente dello staff squadra". La Lazio, che ha già preannunciato ricorso al Collegio di Garanzia del Coni, sosteneva infatti che spettasse alla ASL competente territorialmente la comunicazione agli organi preposti dell'eventuale positivitò di uno o più atleti.
COLPA DEI MEDICI - Nelle motivazioni del Tribunale Federale Nazionale si scovano i motivi che hanno portato a una condanna più mite rispetto alle aspettative e alle richieste della Procura Federale (13 mesi e 10 giorni) nei confronti di Lotito che, con un solo mese di inibizione in più, avrebbe superato il limite entro il quale è previsto il decadimento automatico da ogni incarico federale ricoperto. Si evidenzia che "in caso di accertamento di positività, la gestione della procedura rientri fra gli aspetti medici, quindi in una specifica competenza specialistica di natura medica. Mentre "non sembra possa imputarsi al Lotito quanto espressamente contestato in deferimento e, tanto, pur in presenza del suo innegabile interessamento per la vicenda in oggetto, atteso che, ad ogni buon conto, non è in alcun modo dimostrato, nè contestato, che nella sua funzione di presidente, il Lotito abbia impedito l’attivazione delle procedure. Il Tribunale ritiene palese la responsabilità della componente medica e stigmatizza definendolo paradossale il caso del calciatore Ciro Immobile che dopo essere risultato positivo al controllo del 26 ottobre, proprio in virtù delle gravissime violazioni perpretate ha potuto disputare la gara, entrando in stretto contatto coi componenti della propria squadra e della squadra avversaria in virtù di due tamponi negativi effettuati senza alcuna legittimazione, per poi risultare nuovamente positivo prima dell’incontro di Champions con lo Zenit".