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E’ un Europeo, ma sembra un Mondiale. Almeno per noi italiani che abbiamo ritrovato l’incanto dello stare insieme e di pazziare in strada cantando a squarciagola il classico “po..po..po”, il nuovo inno di Paolo Belli e ora anche le canzoni della nostra Raffaella. Uno spirito planetario. Lo stesso che ci animò e ci fece urlare e piangere dalla gioia nel 1982 quando il “gruppo” del Vecio Enzo Bearzot arrivò sulla cima del mondo per interrare la bandiera tricolore.

Ieri sera l’aria che si respirava era la medesima. Quella ispirata dai ragazzi di un nuovo “gruppo” guidati da un tecnico questa volta giovane e visionario per quel che basta a realizzare un Sogno. La Spagna era forte e lo ha dimostrato. Probabilmente avrebbe meritato più di noi, per il gioco e la classe. Esattamente come, secondo logica, al Sarrià di Barcellona il Brasile di Falcao e Socrates avrebbe dovuto batterci e passare il turno. Invece in finale andiamo noi. Non abbiamo rubato niente. Abbiamo convinto le stelle ad esserci amiche.
Ora prestissimo sarà domenica e non vediamo l’ora che arrivi. Il Bernabeu di Madrid allora era un fiorire colossale di bandiere italiane. I tedeschi vennero sommersi anche da quell’onda popolare oltrechè dalla garra degli azzurri. A Wembley saremo in netta minoranza, è ovvio, ma siamo in grado di reggere anche quella onda d’urto. In tribuna, nello stadio di Madrid, c’era Sandro Pertini il presidente di un Paese che cercava di rinascere dopo il buio degli Anni di Piombo. Nella tribuna dello stadio londinese sarebbe bellissimo e anche significativo se ci fosse Sergio Mattarella il presidente di un Paese che ha bisogno di rinascere dopo la tragedia pandemica. E se dovesse andare in un certo modo il “gruppo” azzurro potrebbe tornare a casa in aereo con lui ingannando il tempo con una partita a scopone scientifico.