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José Mourinho celebra il decimo anniversario dal Triplete centrato nel 2010 con l'Inter. L'allenatore portoghese del Tottenham ha dichiarato in un'intervista alla Gazzetta dello Sport: "Il meglio in carriera l'ho dato dove ero a casa, dove sentivo le emozioni del mio gruppo, dove sono stato al duecento per cento con il mio cuore. Più una persona che un allenatore. Per questo il 22 maggio a Madrid ero più felice di vivere la felicità degli altri - da Moratti all'ultimo dei magazzinieri - della mia stessa felicità: io una Champions l'avevo già vinta. Mi è capitato di pensare prima a me che agli altri: all'Inter, mai. Questo succede in una famiglia: quando diventi padre, capisci che c'è qualcuno più importate di te, e passi al secondo posto. Dieci anni dopo siamo ancora tutti insieme. Proprio l'altro giorno ho parlato con Alessio, ai miei tempi era autista del club: dove e quando succede che un allenatore che va via, dieci anni dopo parla ancora con un autista? Mai. Questa è l'Inter per me: questa è la mia gente". 

"Esistono anche altri rapporti: io allenatore, tu giocatore. L'empatia dipende dalla capacità di accettarmi per come sono, è come un puzzle: all'Inter c'era gente che aspettava uno come me per completare quel puzzle. Io non sono mai fake, sono originale: sono io e punto. Sono stato anche una testa di cazzo, però ero io. Soprattutto dopo la sconfitta di Bergamo (3-1, gennaio 2009). Fui molto violento con i giocatori, solo dopo avergli detto che avevano vinto scudetti di merda e basta capii che li avevo feriti, perché solo dopo capii le cose che erano successe prima. E mi scusai". 

"Se fossi tornato da Madrid a Milano, con la squadra intorno e i tifosi che avrebbero cantato 'José resta con noi', forse non sarei più andato via. Io non avevo già firmato con il Real Madrid prima della finale: chi ha detto che qualcuno del Real venne nel nostro hotel prima della finale disse una cazzata. Volevo andare al Real: mi voleva già l'anno prima, andai a casa di Moratti a dirglielo e lui mi fermò, 'Non andare'. Al Real avevo già detto no quando ero al Chelsea, al Real non puoi dire no tre volte. Avevo deciso di andare via dopo la seconda semifinale con il Barcellona, perché sapevo che avrei vinto la Champions. Moratti l'avevo preparato: senza bisogno di parole, la temperatura del nostro abbraccio in campo gli fece capire cosa volevo. Mi disse: 'Dopo questo, hai il diritto di andare'. Era il diritto di fare quello che volevo, non di essere felice: e infatti sono stato più felice a Milano che a Madrid". 

"Il rumore dei nemici, che poi piangevano, era bellissimo: era più forte il tremore del rumore, e se ci pensa bene è la stessa cosa: quando c'è rumore è perché c'è paura. Scesi dall'auto per abbracciare Materazzi perché Marco era il simbolo della tristezza di tutti noi, e di quello che deve essere un giocatore di squadra. Quando la squadra aveva bisogno di lui - Chelsea, Roma, Siena - lui era lì. Io sono cattolico e credo a queste cose: forse è stato Dio a metterlo lì contro quel muro, come ultimo giocatore che ho visto: con lui, abbracciavo tutti i miei giocatori. E dico una cosa: mi fa molto strano che oggi uno come lui - da allenatore, direttore, magazziniere, autista, non so - non sia all'Inter. Perché io ho smesso di dire che un giorno tornerò all'Inter? Lo so perché mi sta facendo questa domanda, ma io non sono pirla...".