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Mi capita spesso di pensarci.
Anche se la risposta la conosco benissimo.
Sarebbe ancora possibile nel 2020 una storia come quella tra Julen Guerrero e l’Athletic Bilbao ?
Una storia di fedeltà, di riconoscenza e soprattutto di amore.
Probabilmente, anzi sicuramente, molto più di Julen verso l’Athletic che viceversa.
No amici miei.
Il calcio non è più quello di allora.
Denaro, procuratori, diritti tv, magnati dell’Asia e dell’est Europa … ragazzini viziati o come dice il grande Marcelo Bielsa “milionari precoci”.
Julen Guerrero era un bambino come tanti in Euskal Herria e come tutti quelli che prendevano a calci un pallone all’epoca aveva un sogno solo: giocare per l’Athletic Bilbao.
Bilbao è un posto meraviglioso. 
Ma da Bilbao non ci passi … a Bilbao ci vai solo se ci devi o ci vuoi andare.
Bilbao è “chiusa” come chiusi sembrano i suoi abitanti al primo impatto.
In realtà sono solo educati, corretti e curiosi di capire “perché” sei venuto PROPRIO a Bilbao.
Una volta che hanno capito le tue intenzioni ti fanno sentire l’ospite più coccolato di questo mondo.
Quando Julen Guerrero entrò nella Cantera dell’Athletic aveva otto anni.
Dormiva con la maglietta dell’Athletic, in camera aveva le foto dello squadrone diretto da Javier Clemente che vinse due campionati consecutivi all’inizio degli anni ’80.
A quei tempi era impossibile vedere un bambino con la maglia del Madrid o del Barça in tutta la Biscaglia.
Oggi non è più così.
Nemmeno lì, nemmeno a Bilbao il calcio si è salvato da questo schifo di “globalizzazione”.
Non ci volle molto tempo ai tifosi “zurigorri” per capire che Julen Guerrero era qualcosa di speciale.
“La perla di Lezama” lo avevano immediatamente ribattezzato.
Era un diamante autentico.
Solo che allora, alla fine degli anni ’80, tenere custodito un segreto non era poi così impossibile.
Giocava già per le selezioni nazionali di categoria (era sempre un qualche anno avanti a tutti gli altri … a 16 anni era già titolare dell’Under 19 di Spagna) e Barcellona e Real Madrid gli avevano già messo gli occhi addosso.
A quei tempi non c’erano procuratori/sanguisughe che propagandavano i loro “prodotti” come fossero saponette o assorbenti.
Ma la differenza VERA ve l’ho già spiegata ed è la più importante di tutte.
Allora, se nascevi da quelle parti, c’era solo una squadra per la quale sognavi di giocare.
E quella squadra era l’Athletic Club de Bilbao.
Nell’estate del 1992 sulla panchina dei biancorossi arriva un manager tedesco.
Si chiama Jupp Heynckes.
La squadra viene da alcune stagioni disastrose dove i risultati sono stati pessimi e gli allenatori si sono alternati con una frequenza mai vista prima da quelle parti.
Heynckes inizia gli allenamenti.
Gli consigliano di aggregare in preparazione alcuni ragazzi delle giovanili.
Al termine del primo allenamento si rivolge ad uno dei preparatori dell’Athletic. “Da domani quel ragazzino lì viene con noi in prima squadra”.
Quel “ragazzino” è Julen Guerrero.
Ha 18 anni ma in quella stagione giocherà 37 delle 38 partite della Liga segnando 10 reti.
Prima del termine di quello stesso campionato Javier Clemente, proprio lui, il grande manager basco del doppio trionfo nella Liga di meno di 10 anni prima, lo fa esordire con la Nazionale maggiore spagnola di cui Clemente è il selezionatore.
Julen Guerrero gioca da mezzapunta, nel “rombo” di centrocampo voluto da Heynckes.
Ha tutto quello che si può chiedere ad un calciatore.
Oltre alle doti tecniche (calcia con entrambi i piedi, salta l’uomo con facilità, sa inserirsi con un tempismo straordinario, è bravo nel gioco aereo, letale nei calci piazzati ecc. ecc.) impressiona per l’energia e l’entusiasmo del suo gioco. In campo è ovunque. Quando ha la palla tra i piedi è un fenomeno e quando non ce l’ha si danna l’anima per recuperarla.
C’è gente che va al San Mames solo per vederlo in azione.
E’ pure bello !
A Lezama non si sa più come contenere le ragazzine innamorate di lui che arrivano a frotte per non perdersi un solo secondo del loro idolo.
E’ un fenomeno mediatico, forse la prima vera rock star del calcio spagnolo.
Solo che Julen è un ragazzo con la testa sulle spalle e da subito si capisce che per lui il calcio viene prima di tutto.
C’è da riportare “il suo” l’Athletic ai vertici della Liga.
Nella seconda stagione di Heynckes (e di Guerrero titolare) arriva un brillante quinto posto che vuol dire finalmente tornare a giocare in Europa.
Guerrero contribuisce con 18 reti, uno “score” impressionante per un centrocampista.
Adesso però il segreto non è più un segreto.
Guerrero è corteggiato da tutta Europa.
Jorge Valdano, il manager argentino del Real Madrid, lo vuole a tutti i costi.
“Voglio solo due giocatori: Fernando Redondo da piazzare davanti alla difesa e Julen Guerrero da mettere dietro le punte. Gli altri nove ce li ho già” dirà non appena si siederà sulla panchina delle Merengues nell’estate del 1994.
Ma non c’è solo lui. Si parla del Milan, del Barcellona, della Lazio.
Tutte disposte a pagare quello che l’Athletic chiede e ad offrire una montagna di denaro a Julen.
E’ a questo punto che accade qualcosa di straordinario, di unico e probabilmente di irripetibile.
“Io voglio giocare qui. Nell’Athletic e da nessun’ altra parte” dirà Julen alla dirigenza biancorossa.
Di lì a poco Julen Guerrero firmerà un nuovo contratto con l’Athletic.
12 anni di contratto.
Avete letto bene.
12 stagioni vincolato anima e corpo ai colori della squadra che ama.
E’ il 1995. Julen Guerrero ha 21 anni.
Il contratto terminerà nel 2007 quando di anni ne avrà 33 e il crepuscolo della carriera sarà ormai vicino.
Si viene a sapere che la cifra è più o meno un quarto di quanto gli avevano offerto gli altri Club.
C’è solo una clausola, quasi insignificante in quel momento.
Il suo stipendio dovrà essere adeguato a quello più alto pagato dal club ad un altro giocatore.
Il minimo mi sembra di poter dire.
La notizia a Bilbao è accolta con la gioia con cui si potrebbe accogliere una vittoria nella Copa del Rey, il trofeo che l’Athletic nella sua storia ha fatto suo 24 volte (5 in più del Real Madrid per intenderci).
Sembra solo l’inizio di una lunga favola.
L’Athletic torna nelle posizioni di prestigio della Liga e addirittura arriva nel 1998 un clamoroso secondo posto in Campionato che permette agli uomini di Luis Fernandez, il manager francese, di giocare la stagione successiva in Champions League.
Sono anni meravigliosi per il Club basco.
Con Guerrero ci sono Etxeberria ed Ezquerro a supportare il “tanque” Ismael Urzaiz, a centrocampo due mediani incombustibili come Urrutia e Alkiza e in difesa è dura passare contro Rafa Alkorta e Carlos Garcia.
Poi, nella stagione 1999-2000 accade qualcosa.
C’è un calo nei risultati e nelle prestazioni dell’Athletic e Luis Fernandez ritiene Julen Guerrero uno dei responsabili.
Julen inizia a scaldare la panchina in più di una partita.
“Que pasa con Julen ?” è la domanda stupita che ogni tifoso biancorosso si fa in quel periodo.
Siamo tutti convinti che sia solo un momento particolare, che qualche infortunio (vero Diego Simeone ?) possa averlo condizionato in parte … ma che presto tutto tornerà nella norma.
Invece quella domanda continueremo a porcela per tutti i sei anni successivi dove Julen perderà sempre di più protagonismo fino a diventare nelle ultime tre stagioni niente di più che una riserva di lusso, da mettere dentro quando le cose prendono una brutta piega.
L’amore dei tifosi dell’Athletic non è cambiato di una virgola.
E’ sufficiente che “el Rey Leon” si alzi dalla panchina per iniziare il riscaldamento che dalle tribune si levi un unico gioioso grido di approvazione.
Il popolo basco ama i suoi figli e conosce il valore della parola RICONOSCENZA.
Nessuno è in grado di capire e spiegare cosa sia successo ad un giocatore che a 21 anni era probabilmente tra i 5 calciatori più forti d’Europa e che ora, a 26, non riesce più a trovare spazio nella sua squadra di Club.
Se ne sono dette tante, probabilmente troppe come capita in questi casi.
L’invidia, il più difficile da confessare dei sette vizi capitali, può essere una delle cause.
“Quando si vince è merito suo. Quando si perde è sempre colpa di qualcun altro” è solo una delle frasi sfuggite a qualche suo compagno di squadra in quel periodo.
Personalmente detesto i gossip anche se conosco la natura umana.
Preferisco sedermi davanti al PC e guardarmi Julen in azione nei differenti periodi della sua carriera per provare a capire.
E vedo un giocatore che a 21 anni aveva corsa, rapidità e dinamismo oltre a doti tecniche di primissimo livello.
Poi guardo il Julen delle ultime stagioni. La sua corsa è diversa. Ha perso un metro (forse anche due) di velocità e il pallone passa dai suoi piedi con meno frequenza. Si gioca più sugli esterni, si cerca maggiormente il cross per la testa letale di Urzaiz. Ma la classe, la visione di gioco sono le stesse. La sua abilità nei calci piazzati identica.
E allora dove sta il problema ?
Impossibile che non ci sia posto per lui nei titolari.
Nell’aprile del 2006 tornai a Bilbao.
Andai a Lezama ad assistere ad un allenamento dell’Athletic un paio di giorni prima di una partita di campionato contro il Valencia.
Nella partitella a ranghi ridotti rimasi impressionato da due giocatori.
Uno di questi era un lungagnone con la faccia da angioletto che era arrivato da poco in prima squadra. Si chiamava Fernando Llorente e raramente mi era capitato di vedere uno così alto altrettanto bravo tecnicamente.
L’altro era Julen Guerrero. Sono più che sicuro che non sbagliò un solo passaggio in tutta la partitella e che non perse mai il pallone. Le sue aperture verso i compagni erano una meraviglia per gli occhi, il suo incedere sempre elegante e il suo tocco di palla sempre raffinato.
“Ha gli occhi dietro la testa” dissi a mia moglie che mi aveva accompagnato nella mia trasferta bilbaina.
Pensai che uno così avrebbe fatto tanto ma tanto comodo ad un Athletic che faceva fatica a ritrovarsi ora che il cambio generazionale era nel pieno con Isma Urzaiz e Joseba Etxeberria che avevano ormai inesorabilmente imboccato il viale del tramonto.
Vedevo per Julen un futuro da “pivote”, quel giocatore piazzato davanti alla difesa, a fare da frangiflutti del gioco avversario e a fare da primo regista nell’impostazione della manovra.
Speravo che arrivasse qualcuno sulla panchina dell’Athletic con la mia stessa “visione”.
Invece Julen Guerrero spiazzò tutti.
Da lì a poche settimane convocò una conferenza stampa nella quale annunciava il suo ritiro dal calcio.
A 32 anni.
E con un altro anno di contratto.
E con una buona metà delle squadre della Liga che gli avevano offerto un posto da titolare.
“Per me lasciare l’Athletic è lasciare il calcio. E’ l’unica maglia che ho indossato … ed è l’unica che ho sempre desiderato indossare”.
Queste le parole sussurrate tra le lacrime che scendevano copiose dagli occhi di Julen e con il silenzio irreale di tutti i giornalisti presenti … molti dei quali con il groppo in gola anche loro.

Guerrero lasciava.
Per lui un ruolo da allenatore di una squadra giovanile prima che un nuovo presidente con nuove idee e nuovi programmi non decidesse di prescindere da lui.
Julen Guerrero ha studiato da giornalista e da allenatore, scrive regolarmente su diversi giornali e dal luglio del 2018 è il Selezionatore della Nazionale spagnola under-16.
Suo figlio Julen Jon, ha 16 anni. E’ un centrocampista offensivo, ha un gran tiro, una eccellente visione di gioco e segna con grande regolarità.
Al contrario del padre è mancino naturale.
Ah … dimenticavo … Julen Jon gioca nelle giovanili del Real Madrid …



ANEDDOTI E CURIOSITA’

Julen Guerrero fece il suo esordio con la Nazionale spagnola il 27 gennaio del 1993 in una partita amichevole contro il Messico. Aveva appena compiuto 19 anni.
Javier Clemente, basco come Julen, ha una fiducia illimitata nella “perla di Lezama” e lo porterà con se anche ai Mondiali negli Stati Uniti del 1994, facendolo scendere in campo dal primo minuto contro Corea del Sud e Bolivia.
Una delle migliori partite di Julen Guerrero fu quella disputata al Nou Camp contro il Barcellona nella stagione 1993-1994, quella chiusa al 5° posto.
L’Athletic vinse quell’incontro per tre reti a due e il gol decisivo fu segnato da Julen Guerrero che con una finta di corpo di grande qualità mise a sedere il portiere del Barça Andoni Zubizarreta prima di infilare la porta da posizione defilata.

Al termine della stagione 1995 il Real Madrid e Jorge Valdano tornarono a bussare alla porta dell’Athletic per assicurarsi le prestazioni di Guerrero.
Le due società trovarono addirittura l’accordo economico per il passaggio di Julen alle Merengues … salvo poi ricevere il contundente no di Julen Guerrero che neppure l’assegno in bianco offerto dal Presidente dei “Blancos” Ramon Mendoza riuscì a fare cambiare idea. 

Nella stagione 2004-2005 Julen Guerrero ha già perso da tempo un posto da titolare nell’Athletic. E’ utilizzato come “revulsivo”, il giocatore cioè da mettere in campo in situazioni disperate per tentare di cambiare il corso di una partita.
E’ il 22 gennaio del 2005.
Al San Mames si gioca Athletic Bilbao – Osasuna.
E’ uno dei tanti derby tra squadre delle provincie basche che la Liga propone ogni stagione.
Dopo quasi un’ora di gioco l’Osasuna sta vincendo per tre reti a zero.
Due gol del talentuoso mancino Fran Yeste riaprono la partita per l’Athletic ma quando mancano meno di dieci minuti alla fine i navarri dell’Osasuna sono ancora avanti di un gol.
E’ l’81mo minuto quando Ernesto Valverde decide di mettere in campo Julen Guerrero.
Come in ogni occasione (per la verità sempre più rare) in cui viene buttato nella mischia il San Mames gli tributa una ovazione e nella “Cattedrale” risuona un unico grido: “JULEN, JULEN”.
Quando al minuto 83 Tiko riporta in parità l’Athletic la sensazione che il bello debba ancora venire si respira in tutto il San Mames.
“A POR ELLOS” gridano i 35.000 della “Cattedrale” del calcio.
Mancano meno di due minuti al termine quando Joseba Etxeberria prova a sfondare sul settore di destra. Quando viene raddoppiato dalla difesa dell’Osasuna non può fare altro che “scaricare” per l’accorrente terzino destro dell’Athletic Andoni Iraola.
Il suo cross di prima intenzione è “tagliato” verso il primo palo.
C’è un attimo di attesa da parte della difesa navarra che sta difendendo soprattutto il secondo palo dove il giovanissimo Fernando Llorente ha già ripetutamente messo in mostra le sue grandi doti nel gioco aereo.
Sul primo palo invece si avventa Julen Guerrero.
La palla è a mezza altezza.
Julen si coordina e tocca in maniera delicata il pallone con l’interno del piede destro. 
La palla va verso il palo opposto finendo la sua corsa in fondo alla rete.
E’ una delle rimonte più clamorose nella storia non solo dell’Athletic ma di quella della Liga.
Il gol decisivo lo ha segnato proprio lui, “il Re Leone”, in campo da dieci minuti scarsi.

Sarà l’ultimo grande acuto di Guerrero 
Meno di due mesi dopo, il 22 marzo, Julen Guerrero segnerà il suo ultimo gol con i colori dell’Athletic con uno splendido calcio piazzato.
116 reti in 430 partite con i colori “zurigorri” (biancorossi) dell’Athetlc sono tanti.
Ma non certo sufficienti a far capire cosa è stato Julen Guerrero per l’Athletic Club de Bilbao.
Molto più facile capirlo il 5 giugno del 2013 dove, davanti agli occhi di uno stupito ed emozionato Marcelo Bielsa, nuova allenatore dell’Athletic, si è celebrato l’addio al vecchio stadio “San Mames”.
Quel giorno si sono rimessi tutti maglietta, calzoncini e scarpette.
Dani, Iribar, Andrinua … e tanti altri giocatori del passato più o meno recente dell’Athletic.
Ma ce n’è stato uno per il quale il San Mames ha “ruggito” come nei suoi momenti migliori … il “figlio” che dall’Athletic non ha mai voluto andarsene.