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La prima edizione della Coppa del mondo di calcio si è giocata in Uruguay nel luglio del 1930, un'edizione caratterizzata dall'assenza delle maggiori Nazionali europee, ma anche segnata dalla costruzione di un monumentale stadio, dalla completa copertura mediatica dell'evento e, soprattutto, dalla partecipazione del governo e della politica nell'organizzazione e nella buona riuscita dell'evento.

INIZIA LA FAVOLA DEL MONDIALE - Se dunque l'idea di organizzare un torneo per Nazionali è coevo alla nascita della F.I.F.A., e se la decisione di procedere con la prima edizione di questa nuova manifestazione è presa nel 1928, è con il Congresso di Barcellona del maggio 1929 che per acclamazione viene scelto l'Uruguay come sede della prima Coppa del mondo. Da un punto di vista squisitamente sportivo la scelta di far organizzare la Coppa a Montevideo era logica conseguenza del dominio che l'Uruguay aveva esercitato sui campi di mezzo mondo, vincendo in un decennio due allori olimpici e quattro campionati sudamericani. La vera incognita per Rimet era data dall'atteggiamento che la politica avrebbe avuto nei confronti della manifestazione e, soprattutto, sui costi connessi. Qua il numero uno della Federazione mondiale del calcio mise sul tavolo le sue straordinarie doti di negoziazione e di persuasione, Rimet fece leva sul sentimento nazionale e sull'orgoglio di quel popolo, convincendo i politici locali a far coincidere la Coppa del mondo con il centenario dell'indipendenza. Come è di tutta evidenza, dunque, già dalla prima edizione della Coppa del mondo ci sono tutti gli ingredienti principali che legano e legheranno in un connubio indissolubile ed intrinsecamente necessario calcio e politica: la Nazione utilizzerà la Nazionale organizzando la Coppa del mondo di calcio per festeggiare l'anniversario della propria indipendenza politica. Sembra niente, ma è il segnale di come il football sia percepito e usato dalla politica quale strumento di identificazione di un popolo. Non solo: la Coppa del mondo viene quindi usata dal governo dell'Uruguay per presentarsi al mondo come un Paese moderno e prosperoso. Siamo all'alba degli anni '30, i “ruggenti anni Venti” - che lo statunitense Scott Fitzgerald così magistralmente ha raccontato nei suoi romanzi – sono finiti tra le macerie della crisi di Wall Street del 1929, ma mentre già alcuni Paesi latinoamericani devono fare i conti con il sorgere di nuove dittature militari, l'Uruguay ha ancora una democrazia dallo spiccato interesse verso il sociale che vede nella Coppa del mondo un'opportunità per attenuare gli effetti della crisi con un nuovo programma di lavori pubblici. 

Il football, dunque, è uno strumento che ha una valenza di politica interna ed estera. Per l'occasione  si costruì uno stadio gigantesco, faraonico, nella capitale Montevideo, nella zona del Parque Battle y Ordóñez, l'Estadio Centenario, un catino da 80.000 persone progettato da Juan Scasso sormontato da una torre alta 100 metri. I lavori iniziarono nel febbraio del 1930, si lavorava a turni 24 ore al giorno, sette giorni su sette, si lavorava contro i tempi strettissimi di consegna e contro il terreno infestato dalla gramigna. Non solo. Il Presidente della Repubblica Juan Campisteguy si spinse a promettere il pagamento dei trasporti e dell'alloggio per 17 membri di ogni delegazione. La vera, sostanziale, incognita era data dalla partecipazione delle rappresentative europee.

PRESENTI E ASSENTI - Nonostante la macchina organizzativa l'Uruguay non era proprio “dietro l'angolo” e la scomodità della trasferta fu buon alibi per quasi tutte le squadre europee che disertarono la manifestazione. Troppe le difficoltà logistiche e le spese da sostenere: traversata oceanica, almeno sei settimane di lontananza da casa e dal lavoro, spese ingenti per le Federazioni. Così, oltre alle squadre britanniche, non parteciparono l'Italia, la Spagna, l'Austria, l'Ungheria, la Cecoslovacchia, la Svizzera e la Germania. Insomma, il meglio del calcio europeo restò a casa, mentre accettarono l'invito la Francia (vera “reclutatrice” tra le europee, e come poteva essere altrimenti con due personaggi del calibro di Rimet e Delaunay), la Romania, il Belgio e la Jugoslavia. Si osservi come peraltro le europee presenti fossero tutte vicine in politica estera alla Francia che, di fatto, esercitava la sua influenza sulla cosiddetta Piccola Intesa firmata da Romania, Jugoslavia e Cecoslovacchia. Ovviamente questa defezione in massa delle migliori squadre europee innervosì non poco la federazione uruguaiana che avrebbe poi trovato modo, quattro anni più tardi, di rendere lo “sgarbo” subito. Molto folta, invece, fu la presenza delle squadre americane: oltre alla rivale di sempre, l'Argentina, in Uruguay andarono anche Bolivia, Brasile, Cile, Messico, Paraguay, Perù e USA. 
URUGUAY 1930 - Al netto, dunque, di piccoli intoppi, ritardi e rinunce, il 13 luglio iniziava la prima edizione della Coppa del mondo di calcio. Tredici nazionali per diciotto incontri in due settimane e un'unica, immensa, città ad ospitare tutto lo spettacolo: Montevideo, negli stadi Centenario, Parque Central e Pocitos. Domenica 13 luglio alle ore 14 toccò a Francia e Messico inaugurare la nuova manifestazione. Davanti a poco più di 500 persone alla “cancha” di Pocitos i transalpini vinsero per 4 a 1: il francese Lucien Laurent è il primo marcatore nella storia della Coppa del mondo. Per la Francia quella sarà l'unica vittoria nel girone 1, vinto dall'Argentina. Il gruppo 2 viene vinto dalla Jugoslavia – decisiva la vittoria slava sul Brasile del 14 luglio – mentre i restanti altri due gruppi sono vinti rispettivamente dai padroni di casa e dagli Stati Uniti imbottiti di scozzesi naturalizzati. L'inaugurazione della manifestazione non si tenne al Centenario perchè non ancora pronto e dunque la partita inaugurale tra Francia e Messico venne giocata al Pocitos. Il Centenario venne consegnato, con il cemento ancora fresco e alcune tribune non ancora agibili, solo il 18 in occasione dell'esordio dell'Uruguay. Le due semifinali videro le due grandi favorite Argentina e Uruguay battere con identico punteggio – 6 a 1 – rispettivamente Stati Uniti e Jugoslavia. 
Non indifferente per l'epoca lo sforzo mediatico: tutto il torneo venne trasmesso in diretta radiofonica e la finale ripresa da otto telecamere. Ecco, per l'appunto, la finale. È quella annunciata, è quella attesa. Di fronte il meglio del calcio sudamericano dell'epoca, di fronte le due rivali di sempre Uruguay e Argentina al Centenario, domenica 30 luglio. Dalla prima volta che le due Nazionali si sono incontrate erano passati quasi 30 anni e oltre cento partite, la rivalità esce da ogni poro delle loro rispettive storie. Per dirne una, entrambe le formazioni volevano giocare la finale con il pallone che avevano portano loro: sarà il belga Langenus, l'arbitro designato per la finale, a dirimere la controversia, decidendo di giocare un tempo con un pallone, la ripresa con l'altro.

L' Uruguay al termine della competizione vincerà la Coppa battendo in finale l'Argentina per 4 a 2: è l'apoteosi e al tempo stesso il canto del cigno di una squadra straordinaria, capace di vincere tutto, ovunque.


(Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)