61
Il coraggio di fare a meno di Ibra, il coraggio della coerenza, il coraggio di non cedere ai mal di pancia dei tifosi; il coraggio di non parlare più di DNA rossonero (o per lo meno di non strumentalizzarlo), il coraggio di affidarsi a un modello straniero di comprovato successo e competenza senza dar fiato ogni volta alle trombette dei “però in Italia è un’altra cosa” e tutte quelle vanità al ribasso che più ci inorgogliscono e differenziano più ci affossano e distanziano dall’élite del calcio europeo. Tutto questo è ciò che continuerebbe a mancare al Milan, qualora saltasse l’operazione Ralf Rangnick.    
 
O IBRA O RANGNICK - So anch’io che Zlatan è un dio del calcio, per carità. Sono il suo primo estimatore. Ma nella stagione in corso (?) non si può ignorare la funzione che ha ricoperto. Più che un dio è stato un espediente scenico, un deus ex machina, una divinità apparsa all’improvviso per risolvere una trama incagliatasi e spezzatasi significativamente il 22 dicembre, nel 5-0 di Bergamo. Quando il Milan si scontrò contro un progetto. Il succo della stagione 19/20 è quello, e un’analisi seria ci impone di mettere tra parentesi, nel calcio contemporaneo come nella tragedia greca, l’utilizzo di convenzioni drammaturgiche atte a smorzare in qualche modo la portata dell’irreparabile. Per farla breve, il Milan adesso è di fronte a un aut aut: o Ibra o Rangnick. Ibra è la risultante imbiancata di una serie infinita di tristi compromessi, Ralf è purissima vision. Fondamentalmente sono incompatibili. Cerchiamo di capire perché.



Come potrebbe lo svedese rimanere al centro dell’attacco di Rangnick? Non è questione di modulo, giacché il tecnico di Backnang solitamente gioca con un 4-4-2. È che Ibra non potrebbe sostenere il ritmo di una squadra del tedesco. Il pressing ossessivo e sistematico è difatti centrale nella filosofia di Rangnick. Le pause non sono concesse a nessuno, e men che meno a un attaccante. In queste immagini tratte dal primo tempo di Inter-Milan, è abbastanza evidente l’influsso di Ibra sulla scelta strategica di Pioli. L’Inter ha libertà di palleggio coi tre dietro. I rossoneri, pur disponendo di due ali aggressive come Rebic e Castillejo, attendono, col trequartista del 4-2-3-1 e i mediani vigili sui centrocampisti di Conte. Ibra non esce mai ad attaccare il pallone.  



Solo quando viene cercato Brozovic si attiva una pressione parziale, a cui Ibra decide se partecipare o meno. Ma guardate dov’è Rebic, l’esterno lato debole del Milan. Distante, preoccupato in diagonale dall’ampiezza di Candreva (fuori inquadratura). E non c’è nessuno pronto a uscire su Young, nel caso Brozo faccia una sponda laterale tagliando fuori Castillejo.



Ma il croato va incontro e fa muro, Skriniar così torna dal portiere, mentre Ibra cammina. Lui può. 



Il problema è che nel giro-palla Padelli, pressato dalla zelante ala spagnola, pesca comodamente Godin, sul quale tocca uscire ovviamente a Rebic, che per la diagonale di prima si trova lontanissimo. Ibra in tutto ciò non s’è quasi mosso, e al Milan di Pioli sta(va) bene così. Mica è sbagliato. Ma se in panchina sedesse Rangnick?



L’ATTACCO DI RANGNICK - Prendiamo l’ultima di Rangnick da allenatore del Lipsia, la finale di Coppa di Germania del 25 maggio 2019, contro il Bayern Monaco di Niko Kovac.  I tori rossi giocano con due punte (4-4-2), Timo Werner e Yussuf Poulsen. Sono entrambi giocatori dinamici, ma è senz’altro il danese il più centravanti dei due. Ebbene, ecco cosa chiede a un attaccante il Professore: appena persa palla, riaggressione immediata ovunque e comunque. Gli ormai famosi 8 secondi. Qui sotto Alcantara sporca il pallone di Poulsen in direzione Hummels. Notate la posizione delle ali Forsberg e Sabitzer. Sono strettissime. C’è grande densità.



Nondimeno il difensore centrale del Bayern trova con un passaggio diagonale una debolezza. Coman è solo. Mentre Kampl (mediano) e Poulsen (centravanti) scivolano forte su di lui, il terzino Halstenberg ripiega. Ma anche Forsberg si attiva.


Coman finisce immediatamente in una pericolosissima morsa, non può girarsi. Halstenberg, il terzino, si ferma guardingo all’altezza dell’altro mediano (Adams). Il francese ne ha già tre addosso e scarica dietro per Kimmich, che di prima appoggia il pallone a Süle. Poulsen si fionda su di lui, Forsberg su Kimmich.  



Ma oltre a Poulsen (questo dovrebbe fare Ibra con Rangnick per 90’) che impedisce a Süle di ragionare, guardate l’ala opposta a Forsberg, ossia Sabitzer come accorcia forte sull’interno del Bayern Martinez. Pressing e gegenpressing non consentono anelli deboli. Solo la collaborazione conta, solo la coordinazione esatta.



CORTI CORTI, STRETTI STRETTI – Ancor più del Lipsia di quest’anno, allenato da Nagelsmann, quello di Rangnick impressionava per il pressing furioso e ostinato. Per le misure estreme che metteva in campo. Ecco un’altra riaggressione, stavolta non al centro ma lungo il fallo laterale. I ruoli saltano per aria. Le due punte sono coinvolte anche qui, non se ne stanno al centro dell’attacco ad attendere il pallone decisivo. La posizione di Forsberg è ancora significativa: si trova ben al di qua dell’asse centrale del campo.



Alaba riesce tuttavia a disegnare una traccia per Müller, ma il trequartista tedesco viene distrutto dalla pressione fortissima di Kampl. Il pallone tuttavia passa comunque.  



E quando giunge a Lewandowski andato incontro, questo è il comportamento della linea del Lipsia.



Konate e Orban sono i centrali difensivi, Halstenberg mette in fuorigioco Gnabry mentre Klostermann il terzino opposto scappa con Coman. Kampl è pronto a raddoppiare sul centravanti avversario. Corti corti, stretti stretti, così li vuole Rangnick, che è un ammiratore convinto di Arrigo Sacchi. A proposito di DNA… e di Ibrahimovic!