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Quattromila persone a spasso, senza più il lavoro. Milioni di persone, in tutto il mondo, orfane dei loro sogni. Sì, perché erano autentiche favole per grandi e piccini quelle che gli artisti-atleti del “Cirque du Soleil” sapevano regalare alla gente sino a quando l’epidemia del secolo non li ha costretti a sospendere le loro narrazioni fisiche, musicali e caleidoscopiche. Chiude i battenti, per bancarotta, lo spettacolo più bello del mondo. E non è un modo di dire. Da trentasei anni il “tendone immaginario” ospitava un pubblico che, pur apprezzando l’arte circense, non sopportava l’idea che per il divertimento altri venissero sfruttati animali di ogni genere come veniva canonicamente imposto dalla legge del circo.

Fu un mangiatore di fuoco canadese giovanissimo e ricco di fantasia a pensare e a inventare l’evento itinerante che avrebbe rivoluzionato i canoni classici del “Barnum” senza per questo nulla togliere alle suggestioni di un’arte antica come il mono. Guy Laliberté, con quel cognome già evocativo, creò le “Cirque du Soleil” che nel giro di pochi anni divenne e si radicò come l’evento più popolare di tutto il pianeta. Niente animali, ma soltanto clown e trapezisti e funamboli e musici e coreografi e soprattutto un numero incredibile di atleti che avrebbero potuto tranquillamente partecipare alle Olimpiadi senza sfigurare. Il sogno del visionario Laliberté si era dunque trasformato il realtà e lui poté permettersi il  lusso di viaggiare nello spazio a bordo della navicella Soyuz 16. Un sogno che per essere mantenuto in vita necessitava di un impegno economico onerosissimo.
Ora il lockdown planetario che ancora resiste in alcuni Paesi del mondo ha impedito alla complessa e delicata macchina circense di continuare a funzionare e ieri, a Montreal dove tutto era cominciato, è stata decretata la fine definitiva del “Cirque du Soleil” ucciso da Covid. Affermare che siamo tutti più poveri non è una retorica banalità. Ed è molto triste.