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Rangnick chi? Quello che ha lanciato Firmino e Mané, Naby Keita e Minamino, Haaland e Upamecano, Werner e Kimmich (in ordine sparso e non di importanza, con diverse omissioni). Quello che ha valorizzato Nagelsmann, 33 anni, l’allenatore più giovane della storia a raggiungere la semifinale di Champions. Quello che - in sintesi - ha costruito il Lipsia capace di entrare tra le 4 regine d’Europa, lasciandolo solo pochi giorni fa benché non abbia ancora un'altra squadra.

Era d’accordo con il Milan per costruire una società e una squadra proiettate nel futuro: giovani da crescere, ma subito affidabili; bel gioco moderno; progressivo avvicinamento ai vertici del calcio continentale. Molti storcevano la bocca: Rangnick chi? Lo straordinario percorso della squadra rossonera post-Covid - unito forse a qualche possibile ribaltone societario - ha convinto la proprietà, Elliott, a cambiare strada. Anzi, a rimanere sulla via vecchia: avanti con Pioli e Maldini e tanti saluti a Rangnick.

Molti, anche tra i nostri commentatori, hanno celebrato la conferma di Pioli come il trionfo del buon senso e del merito. Rispettiamo le loro idee, ma non le condividiamo. E’ stato calcio vero quello post-Covid? Chissà. E qual è la storia dell’attuale allenatore rossonero, quella di un vincente illuminato oppure di un onesto gestore che spesso, al secondo anno in un club, sbaglia la stagione? E’ logico puntare ancora su un fuoriclasse di quasi 39 anni come Ibrahimovic per costruirci attorno la squadra del domani?

Rangnick sarebbe arrivato al Milan come allenatore e direttore tecnico, ma ha anche provato a strappare al Lipsia quel Nagelsmann che oggi tutta l’Europa ammira. La sensazione che, alla lunga (o forse anche entro breve tempo), il club rossonero debba rimpiangere il maestro Ralf è fortissima. Intanto lui si gode il Lipsia semifinalista di Champions.

@steagresti