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Oggi il mondo intero celebra la giornata contro la violenza sulle donne. Una piaga aperta e infetta sul corpo dell’umanità per la quale sembra essere stata trovata una cura. I numeri riferiti alle atrocità, domestiche o meno, subite dall’altra metà del cielo continuano a essere impressionanti e neppure il senso della ragione che dovrebbe guidare questo mondo illuminato sembra ammorbidire questa tendenza da società primordiale.

Anche lo sport non è rimasto immune da questo contagio. Uno fra gli episodi più clamorosi in tal senso riporta la mente indietro di tanti anni per arrivare sino al 1976 quando, alle Olimpiadi di Montreal, si accese luminosissima la stella di Nadia Comaneci, uno scricciolo di quattordici anni che conquistò l’oro nella ginnastica artistica con un numero da "dieci perfetto". Terminò la sua performance saltando sul tappeto senza un filo di sudore sulla fronte e senza il fiatone. Per il mondo era un miracolo agonistico. Per la Romania, il suo Paese, il simbolo estremo di una propaganda per il regime di Ceausescu. Il potere si invaghi di lei in tutti i modi, anche quelli non leciti trattandosi di una bambina e con i suoi tentacoli la volle fare sua afferrandola con le mani di Nicu, il terzo figlio del dittatore.

Detto "il principe", il ragazzo che aveva dieci anni più di Nadia veniva indicato da tutti come il successore naturale del padre il quale si faceva affiancare da lui negli affari di Stato. Giocatore d’azzardo donnaiolo, alcolista, violento e psicopatico. Nicu non si faceva mancare niente. A lui nessuno poteva dire di no salvo poi scomparire nel nulla. Un tipo che era meglio non incontrare sulla propria strada. Nadia Comaneci, la principessina di una nazione pressochè invisibile al mondo prima del suo arrivo, non potè sottrarsi all’incontro con quello che pretendeva e otteneva di avere il diritto "jus prime noctis" con tutte le figlie dei gerarchi del regime.
Quattro anni di autentica prigionia dorata nel Palazzo del Potere dal quale Elena, la madre di Nicu, non la faceva mai uscire se non per allenarsi o per partecipare alle gare. Poi a notte inoltrata arrivava perlopiù ubriaco il suo "fidanzato ufficiale" che in realtà era il suo carnefice. Non c’era amore nel letto, ma autentici stupri intervallati da sevizie di ogni tipo e da sigari spenti sulla carne di Nadia. Anche un aborto imposto a corollario di quell’inferno. Tutto ciò sino alle Olimpiadi di Mosca dove la Comaneci venne "rapinata" delle medaglie da una giuria corrotta che favorì le atlete sovietiche in maniera vergognosa. 

Fu a quel punto che la giovane campionessa rumena decise di fuggire. Attraversò, come una profuga, il confine. Raggiunse Vienna e da lì volò negli Stati Uniti dove divenne cittadina americana ed è moglie di Burt Conner, un atleta innamorato di lei fin dai tempi di Montreal. Insieme dirigono una palestra. Qualche giorno fa, il 12 novembre, Nadia ha compiuto 59 anni. La NBC l’ha intervistata, ma lei si è rifiutata di parlare della sua prigionia nel Palazzo di Ceausescu. Di quell’orribile "noir" le restano cicatrici sul corpo e altre, più profonde e dolorose, nell’anima.