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Ormai è un po' italiano anche lui. Anzi, lo è molto. In fondo Goran Pandev ha vissuto più nel nostro Paese che nel suo, la Macedonia. E' arrivato da ragazzino, a 18 anni appena, e da allora – sono passate 19 stagioni – è sempre rimasto qui, viaggiando da Nord a Sud e viceversa, a parte una brevissima avventura in Turchia.

Pandev ha scelto Calciomercato.com per raccontare la sua vita, non solo nel calcio. Dalla guerra nell'ex Jugoslavia alla battaglia contro il coronavirus. Dall'Inter al Genoa passando per Spezia, Ancona, Lazio, ancora Inter, Napoli, Galatasaray. Così ci ha raccontato la sua storia, il suo romanzo.


- Buongiorno Goran, come stai vivendo queste giorni? Come hai spiegato ai tuoi figli ciò che sta accadendo?

Eh, passiamo il tempo dai. Quello che è successo è stato davvero inaspettato, ci ha fatto capire tante cose. La vita che cambia in un attimo. All’improvviso abbiamo perso la normalità e la serenità. Stiamo in casa tutto il giorno sperando che questo virus rallenti e sparisca. La nostra professione ci porta a stare poco con la famiglia e quantomeno posso godermi i miei tre figli e mia moglie Nadica. Provo ad essere sereno anche per loro e grazie a loro. Tutto questo tempo ci da occasione di riflettere. I bambini sono tranquilli, hanno capito il problema. Speriamo che presto si possa tornare alle nostre vite.  Ci mancano le cose che sembravano scontate: un abbraccio, una passeggiata, una partita di pallone... Alle fine di questa brutta storia le apprezzeremo di più.


- Tu sei cresciuto con la guerra, cosa ricordi di quel tempo? Senti delle similitudini rispetto ad allora?

Ai tempi della guerra in Jugoslavia ero piccolo. Per fortuna le vicende più gravi non sono accadute in Macedonia, ma in giro c’era sempre paura. Prima la Jugoslavia era un paese unito, però la politica poi ha fatto il suo corso e purtroppo è andata come sappiamo, con la nascita di sette diversi paesi.Abbiamo visto che questo virus ha tolto tante vite in Italia e nel resto del mondo, sono davvero triste e dispiaciuto per tutte le persone attraversate da questa disgrazia, per le loro famiglie. Ma vedo lo sforzo eroico di tanti dottori, infermieri e molti altri che garantiscono cibo e servizi essenziali. Il loro impegno è un faro che illumina il percorso. Quando sarà il momento di ripartire, servirà farlo con solidarietà.

- Quanto ti manca il campo? Pensi che sia stato sciocco continuare a giocare quando già il pericolo sembrava evidente?

Manca tanto il campo, la mattina, gli allenamenti, la vita professionale, le partite che ti tolgono l’energia. Tutto questo manca tanto. Mi manca la sensazione di portare un pò di gioia nella vita della gente. Vedere la gente felice, è questo l’aspetto più bello e importante per un calciatore. Il calcio si gioca per i tifosi. Giocare a porte chiuse come abbiamo fatto noi contro il Milan è stato triste. Difficile dire cosa fosse giusto fare, ma la salute è la cosa più importante adesso. Ci sarà tempo per ritornare al gioco. Insieme ce la faremo. 

- Sei arrivato a Milano quando ancora eri minorenne. Sono trascorsi quasi 20 anni da allora. Come ricordi quel momento? Cosa significava per un ragazzo macedone entrare a far parte della squadra dove giocava Ronaldo?

Quando mi ha chiamato il presidente del Belasica, la squadra in Macedonia dove sono cresciuto, e ha detto che l’Inter mi voleva, non ci credevo. Non sapevo cosa fare, sono andato a casa dei miei genitori e anche loro non ci credevano e mi dicevano, che stai dicendo? E invece era tutto vero. Sono andato a Milano con mio papà e con il presidente del Belasica e ho firmato il contratto, così cominciata così la mia avventura in Italia che non è mai finita. Sono passati vent’anni, gli anni più belli della mia vita. Ho tanti ricordi davvero. L’Italia è la mia seconda casa. E la cittadinanza italiana per me e per la mia famiglia, un altro grande traguardo.

- L’Italia di allora e quella di oggi, com’è percepito il nostro paese dalle popolazioni balcaniche?
Rispetto a quando sono arrivato sono cambiate tante cose, ma la gente è sempre la stessa. La gente è allegra e ha voglia di vivere, come da noi nei Balcani; gente che ti dà molto a livello umano. Forse per questo mi sento a casa e sono stato così bene in Italia tutto questo tempo.

- Parliamo della tua carriera? Senza dubbio hai realizzato i tuoi sogni. Sei un giocatore stimato, hai una bella famiglia e molti amici. Viene da dire che sei una persona fortunata e felice. È così?

Sono una persona felice. Ho realizzato i miei sogni. Sono stato molto fortunato. Ho una famiglia bellissima, i miei tre figli, una moglie che mi ha seguito sempre e mi ha dato una grande mano: la cosa più importante della vita, perché ho incontrato la donna che mi ha dato stabilità. Per un calciatore è molto importante. Io sono uscito da un piccolo paese come la Macedonia per arrivare in Italia. Non era facile ma grazie a Nadica, mia moglie, ho mantenuto l'equilibrio anche nei momenti più difficili.

- Hai rimpianti?

Non ho rimpianti sinceramente, devo solo ringraziare Dio che mi ha aiutato a realizzare i miei sogni. Questo mi rende una persona fortunata. Ho reso felici molto persone a casa mia, ho avuto molti riconoscimenti, ma è l’affetto della gente il riconoscimento più grande.

- Hai incrociato tanti giocatori. Se potessi scegliere un compagno di reparto, con chi ti piacerebbe giocare?

Nella carriera ho incontrato tanti campioni, non saprei scegliere un nome. All’Inter in attacco ho giocato con Eto’o, Milito, Sneijder, gente fortissima. A Napoli con Cavani, Hamsik, Lavezzi, Higuain. Alla Lazio con Rocchi, Di Canio, Inzaghi che mi hanno aiutato molto. All’inizio della carriera ad Ancona, con Hubner e Ganz. Fino ad allora li avevo visti solo in tv. Senza di loro non sarei mai migliorato. Ho cercato di prendere qualcosa da ognuno di loro e quegli insegnamenti sono rimasti in testa.

- Senti di dover ringraziare qualcuno in particolare?

Il mio pensiero corre a una persona che non c’è più: è Pierluigi Casiraghi, l’osservatore dell’Inter che mi ha scoperto nel settore giovanile del Belasica e mi ha portato qua in Italia e che ha creduto sempre in me. E poi sicuramente i miei procuratori: Leo Corsi, Carlo Pallavicino, Giovanni Branchini, che mi sono sempre stati vicini anche nei momenti più difficili. Sono state sicuramente le persone più importanti per me.


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