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Dal Segretario di Stato alla Salute del governo inglese arriva un messaggio perentorio: i calciatori facciano la loro parte e si assumano il peso della crisi da Coronavirus. Si taglino lo stipendio. E contribuiscano in questo modo a pagare i salari ai dipendenti dei club, anziché farne gravare l'onore sul welfare di crisi messo su in fretta dal governo. Non usa mezzi termini Matt Hancock, che nel governo conservatore ricopre il ruolo di “health secretary”

E il suo messaggio giunge a poche ore di distanza dall'esternazione altrettanto indignata del collega di partito Julian Knight, presidente della commissione “Digital, Culture, Sport and Media” della Camera dei Comuni. Costui ha parlato di “situazione oscena” riferendosi al fatto che i club della Premier continuino a pagare per intero i salari ai calciatori mentre intorno a loro i cittadini inglesi affrontano difficoltà crescenti. 

È un segnale forte quello che alla Premier giunge dal mondo della politica, e sgombra definitivamente il campo dall'indecisionismo dei soggetti istituzionali del calcio nazionale. Uno fra questi viene praticamente colpito e affondato: la Players Football Association (PFA), l'associazione calciatori. Che in questi giorni è impegnata in una complicata opera di concertazione con le leghe professionistiche e l'associazione degli allenatori (come Calciomercato.com vi ha riferito ieri), senza che per il momento se ne intraveda un esito. 

In Inghilterra la crisi da Covid-19 è arrivata leggermente più tardi che altrove. Il Paese non era preparato, la storia dell'immunità di gregge era un'idiozia a braccetto col crimine e il mondo del calcio pensava di potersela cavare con la messa al bando degli abbracci dopo la realizzazione di un gol. Invece adesso che il lockdown produce gli effetti noti in Italia da un mese, ecco che la prospettiva cambia. E proprio la Premier League, quella macchina da soldi che nell'ultimo trentennio ha scalato il rango di NBA del calcio globale, è diventata un bersaglio ovvio. E con ragione. Perché certi tratti di avidità, nel pieno dell'emergenza, si sono acuiti anziché lasciare spazio alle azioni di solidarietà. 

A far salire il disappunto, presto convertito in rabbia, è stato il ricorso “furlough” (provvedimento di sospensione dei lavoratori dipendenti) pagato dalle casse statali. Il provvedimento d'emergenza emanato dal governo conservatore prevede che si possa arrivare a coprire una quota di 80% del salario, fino a 2.500 sterline mensili
Un'opportunità colta al volo da alcuni club della Premier. Che per tamponare la crisi da mancati incassi hanno scaricato sulle casse del Sua Maestà i costi degli impiegati estranei agli staff tecnici, anziché tagliare gli stipendi di calciatori ricchi o ricchissimi. Un articolo pubblicato mercoledì 1° aprile dal Guardian riferisce che alcuni club hanno immediatamente approfittato dell'opportunità

Il Tottenham Hotspurs ha piazzato in “furlough” parte dei 550 impiegati “non calcistici”, con riduzione generalizzata dei salari pari al 20%. Sono andati oltre Newcastle e Norwich, che hanno collocato in congedo pagato dallo stato tutti gli impiegati. Il Norwich avrebbe addirittura abbassato i loro stipendi in misura tale da sfruttare al massimo il beneficio salariale assicurato dal welfare d'emergenza. Tutto ciò avviene mentre non si riesce a prendere una decisione sulla riduzione salariale da imporre ai calciatori. Ciò che ha acceso una crescente indignazione. 

Le dichiarazioni di Knight e Hancock danno voce a tale indignazione e la trasformano in questione politica. Ne risulta colpita in pieno la PFA, che infatti ieri si è vista costretta a emettere un lungo e sofferto comunicato. Che ha il passaggio più significativo là dove dice: “Comunque la nostra posizione attuale è che – in quanto aziende – se i club sono in grado di pagare i calciatori e gli staff, dovrebbero farlo”. Evidentemente la botta non è bastata. 

@pippoevai