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L’Olanda che De Ligt porta in dote alla Juventus non fa parte della tradizione del club bianconero. Se andiamo a vedere quanti sono stati gli olandesi a vestire Juve, il conteggio si ferma a sei e - se si entra nello specifico - ci si accorge che gli unici due olandesi meritevoli di aver lasciato un segno sono stati Edgar Davids ed Edwin Van der Sar, guarda caso arrivati con qualche anno di distanza ma entrambi cresciuti in quella straordinaria fucina di talenti che è l’Ajax. Un’apparizione simultanea, tra l’altro in Coppa Italia, quella di Ouasim Bouy (2013), un’amichevole per Sergio De Windt (2000), il bianconero (ma dell’Under 23) per Fernandes Da Cunha (2018) e una manciata di presenze per quello che sembrava un talento in erba - Eljero Elia (2010) - e che invece si rivelò un flop, soprattutto tenendo conto dei 9 milioni di euro spesi dalla Juve per prelevarlo dall’Amburgo. Il 32enne Elia ha giocato l’ultima stagione in Turchia, nell’Istanbul Basaksehir e tutto sommato - senza mantenere però le promesse che l’avevano visto brillare nell’Amburgo - ha avuto una carriera dignitosa, vestendo le maglie di Werder Brema, Southampton e Feyenoord.

Davids ha giocato nella Juventus dal 1997 al 2004. E sono state stagioni di alto livello. Arrivò con l’etichetta di «mela marcia» dal Milan, così l’aveva battezzato Costacurta. Fu Lippi (rapporto di amore-odio tra i due) a indicarlo, fu Moggi (con cui alla fine litigò violentemente) a chiudere l’operazione, per 9 miliardi di lire. In bianconero «Pitbull» (così l’aveva soprannominato Van Gaal) vinse tre scudetti, sempre da protagonista. In quegli anni Davids fu uno dei migliori «mastini» di centrocampo d’Europa, il suo gioco faceva leva sull’aggressività, il dinamismo e la capacità di ribaltare immediatamente l’azione. Se ne andò nel 2004 (troppi i dissapori con Lippi), sei mesi in prestito al Barcellona e poi l’Inter, dove però il guerriero aveva perso la sua forza agonistica, piedistallo di tutta una carriera. Del Pitbull versione Juve i tifosi ricordano anche gli occhiali che indossava per via di un glaucoma, l’amicizia con Zidane (ha raccontato Davids che talvolta la sera si fermavano a giocare con ragazzi, spesso immigrati, che tiravano calci al pallone nelle piazzette o nei parchi di periferia), il passaggio in tribunale con altri colleghi per la storia del «Viva Lain» e la squalifica per doping (nandrolone, quattro mesi di stop).

Carattere completamente diverso quello di Edwin van der Sar, il portierone timido che alla Juve rimase solo un biennio (1999-2001) perdendo due scudetti, contro la Lazio - nel diluvio universale di Perugia - e contro la Roma (non fu ineccepibile nella sfida di ritorno contro la Roma, quando si fece sfuggire un tiro di Nakata che poi Montella ribadì in rete spegnendo le ambizioni bianconere). Van der Sar vinse molto prima (nove anni con l’Ajax, quattro titoli di Eredivisie e una Champions) e anche dopo, con il Manchester United (quattro Premier League e una Champions), confermandosi uno dei più affidabili portieri di quegli anni e il 2° olandese (dopo Sneijder) con più presenze in nazionale (130). E’ stato lui il primo portiere straniero dei bianconeri e ha lasciato comunque un buon ricordo. Se Davids ha vissuto a Torino le sue stagioni migliori, così non si può dire del portierone olandese, che però - vale la pena ricordarlo - venne sempre difeso dal suo allenatore dell’epoca, Ancelotti. Oggi il quasi cinquantenne Van der Sar (li festeggia ad ottobre) è un signore distinto che occupa il ruolo di direttore generale nell’Ajax e ricorda sempre con grande affetto i suoi due anni alla Juventus.