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La scomparsa di Gianfranco De Laurentiis - persona gentile, giornalista di raro garbo e competenza - ci riporta agli anni in cui il calcio in televisione ci veniva dispensato con la modica quantità, lì dove le emozioni erano distillate e proprio per questo trattenute a lungo nella memoria. Non è qui il caso di rimpiangere quelle stagioni, la nostalgia è un lusso. Oggi - con due clic - possiamo sapere tutto sulle prestazioni di un terzino scozzese e non ci sfugge la percentuale di reti segnate di testa da un centravanti tedesco. Oggi tutto è a portata di tutti, anche se spesso si confonde l’eccesso di informazioni con la competenza. Ma in quegli anni non era così. E a De Laurentiis va riconosciuto il merito di aver inventato e condotto - con Giorgio Martino - una trasmissione storica, «Eurogol», la prima rubrica televisiva sulle Coppe europee nata nel 1977

Cosa ha significato «Eurogol» per la generazione degli appassionati di calcio negli anni ’70 e ’80 è difficile da spiegare ad un ragazzo di vent’anni. La stessa sigla - la mongolfiera con il pallone che sale in cielo - era una promessa di felicità. All’epoca il calcio europeo era avvolto da una fitta nebbia di mistero. Banalmente: non c’erano le immagini. Nessuno le trasmetteva e solo dopo il successo di «Eurogol» le prime emittenti private cominciarono a comprare - per quattro soldi - i diritti dei campionati stranieri. «Eurogol» era una finestra aperta sull’Europa. Una boccata d’aria fresca, una fonte a cui abbeverarsi. Fino ad un attimo prima i calciatori stranieri erano soltanto nomi scritti nero su bianco sulle cronache dei quotidiani o sulle paginate del «Guerin Sportivo» (con il direttore Italo Cucci che ideà il premio «Bravo» e lo abbinò alla trasmissione), li si poteva vedere solo nei grandi tornei trasmessi dalla Rai, Mondiali e Europei.

De Laurentiis e Martino - la Rai di fatto - portarono un calcio sconosciuto dentro le case degli italiani. Cominciammo tutti ad avere confidenza con squadre cecoslovacche dal nome impronunciabile come quello dello  Zbrojovka Brno, imparammo ad apprezzare giocatori come Alan Simonsen, capimmo perché King Keegan era davvero un fuoriclasse, scoprimmo l’esistenza delle maglie verdi del Saint Etienne e di un club dal nome di cui era bello riempirsi la bocca, il Borussia Mönchengladbach. Il termine che dà il nome alla trasmissione, Eurogol, entra nel vocabolario degli appassionati. Con Eurogol si intende un gol segnato da distanze siderali, come all’epoca si vedeva (molto) all’estero e (poco) in Italia. 

«Eurogol» durava mezzora, c’erano molte immagini e poche chiacchiere, anzi, la competenza dei conduttori faceva da punteggiatura ad una narrazione che si snodava una partita dopo l’altra, un gol dopo l’altro, senza soluzione di continuità. Andò in onda dal 1977 al 1991 con regolarità, erano ancora i tempi in cui le tre coppe - Coppa dei Campioni, Coppa Uefa e Coppa delle Coppe - si giocavano il mercoledì. Una curiosità: la canzone della sigla d’apertura - "Oui-bon d'accord" - era cantata dagli Albatros, gruppo del quale fa parte Toto Cutugno. L'appassionato doveva aspettare il giovedì sera per vedere i gol, talvolta anche delle stesse squadre italiane che non venivano «mandate» in diretta. Oggi sarebbe impensabile. Allora parve a tutti come un regalo. L'attesa era dolce, in fondo si trattava di aspettare un solo giorno. Erano altri tempi, era un altro calcio.