14
Il Ministro dell’Interno Angelino Alfano è intervenuto questa mattina ai microfoni di RTL 102.5 durante “Non Stop News” a proposito dei fatti accaduti sabato a Roma in occasione della finale di  Coppa Italia tra Fiorentina e Napoli. "Un fatto che io sto pensando di rilanciare all’attenzione del dibattito parlamentare è quello del DASPO anche a vita. Abbiamo già svolto un lavoro insieme alle società per raggiungere alcuni risultati concreti, ad esempio la segmentazione dei settori, per consentire di non squalificare interi settori e consentire al giudice sportivo di non prendersela con l’intera curva. Un altro è un raccordo tra tifoserie e società affidate a soggetti che non siano esattamente dentro la società ma che possono svolgere una funzione di ascolto anche rispetto alle tifoserie. Ed in generale per dire no alla violenza abbiamo in mente, dopo la fine del campionato, di riunire le società e di assumere assieme a loro il resto delle decisioni. Molte ne abbiamo già assunte e sono grato che Beretta oggi sul Corriere della Sera abbia dato atto al lavoro fatto in questi mesi. Se tutto quello fatto non basta, allora lavoriamo sul DASPO a vita e lavoriamo per estendere l’uso del DASPO: finora il DASPO vale per 5 anni e in caso di recidiva, cioè se il tifoso commette nuovamente una turbativa all’ordine pubblico, altri  5 anni. La recidiva potremmo alzarla ad 8 – 10 anni e potremmo lavorare ad un allargamento del DASPO a situazioni da branco e non solo a livello individuale, per colpire comportamenti di gruppo. Comunque lo Stato c’è, è forte, non ha paura e non fa trattative con la curva. Noi abbiamo fatto un’azione di forte contrasto a tutte le criminalità, alle mafie di questo Paese, immaginiamoci se lo Stato può avere paura di qualche delinquente, di qualche facinoroso, di qualche belva travestito da tifoso che rovina lo spettacolo più amato dagli italiani e che va in giro per le nostre città, l’ultima volta a Roma, con delle catene e delle spranghe. Lo Stato è più forte di chi vuole violare le sue regole, dentro lo Stadio Olimpico la sera della finale di Coppa si è determinata una tensione in curva per fatti che si erano verificati a 3 o 4 km dallo stadio, a Tor di Quinto, ed è questo il motivo per cui Hamsik in un certo momento è andato lì a dire a quelli della curva non “Datemi il permesso di giocare”, ma “ Guardate che abbiamo saputo dalle autorità di sicurezza che il ragazzo non è stato ferito in un contesto legato alla partita”. Perché la tifoseria napoletana si era convinta che il ferimento del tifoso napoletano fosse maturato in un contesto da faida tra tifoserie, quando hanno capito che così non è stato si è avviata la partita, che comunque si sarebbe avviata perché l’ordine pubblico era stato garantito dentro e fuori lo stadio e le autorità romane di pubblica sicurezza lo avevano assicurato. La partita è incominciata anche con un certo fairplay tra tifoserie, noi dobbiamo dire no alla violenza e lo dobbiamo fare con fatti concreti.

Chi controlla i soggetti colpiti da DASPO?
Noi abbiamo avuto un funzionamento del DASPO che non è stato negativo fin qui. Lo dobbiamo ulteriormente rafforzare, la collaborazione con le società deve essere tale per cui noi dobbiamo essere in condizioni che chi ha il DASPO regolarmente non vado allo stadio. Il punto principale però non mi pare questo, perché da quel lato però non abbiamo avuto falle di sistema, il fatto è che nonostante i DASPO c’è sempre qualche violento che va in giro. Quindi va rafforzato il potere sanzionatorio e deve essere rafforzato anche il sentimento di paura e preoccupazione da parte di questi violenti che lo Stato possa intervenire anche più duramente. Quindi se si inizia a dire a un tifoso che per 15 anni o tutta la vita non può più mettere piede in uno stadio allora vedrà che incomincia ad avere maggiore preoccupazione. Nel frattempo dobbiamo separare, ed è uno sforzo da compiere insieme alle società, la tifoseria violenta e nello specifico i soggetti violenti, da quei tifosi che con affetto e passione per la propria squadra e amore per lo sport vanno a vedere la partita. Io non sono per criminalizzare tutti, perché la grandissima parte della tifoseria italiana è appassionata di calcio, va allo stadio, gli adulti vogliono portare i bambini e i bambini vogliono andare con i papà, come è capitato a me da ragazzino e non vedo perché dobbiamo determinare un meccanismo psicologico che spaventi tutti. Dopo la vicenda Raciti noi abbiamo assunto una serie di iniziative, come Italia, sin dal 2007 poi dal 2009 c’è stata tutta la scelta sulla tessera del tifoso, nel frattempo gli stadi si sono un po’ spopolati. Ad essere pragmatici bisogna conciliare la sicurezza nella partecipazione alla partita con la partecipazione stessa, se le due cose non si conciliano avremo stadi più sicuri ma anche vuoti, per farlo ci vuole un rafforzamento delle norme, un rafforzamento dei servizi dentro lo stadio e allo stesso tempo una maggiore collaborazione tra le società e le nostre forze di polizia.

Perché il Napoli sostiene di non aver mandato Hamsik a parlare con la curva? Parliamo delle commistioni società–gruppi di tifo organizzato?
Noi abbiamo un’idea molto chiara, cioè che le società sono sane, non vogliono avere a che fare con la tifoseria violenta, ne sono convinto. Deve essere lo Stato ad aiutare le società ad emanciparsi anche da forme di condizionamento che possono venire fuori dalla tifoserie violenta e lo stato deve farlo con misure forti, basta impunità nei confronti di chi compie questi atti di violenza allo stadio e l’altro elemento di aiuto alla società è la organizzazione dei servizi in congiunta con le forze di polizia che possa creare una bonifica preventiva degli stadi. Relativamente alla domanda sul Napoli sono convinto che il fatto di aver dato una rassicurazione, di aver girato cioè un’informazione, abbia consentito di stemperare una tensione che si era determinata per comportamenti che si erano verificati a 3 o 4 km, è stato il concatenarsi delle notizie e delle sensazioni che ha determinato il credere fosse in corso una faida tra Napoli e Fiorentina che non era invece in atto.
Lei cosa ha provato, da cittadino italiano, nel vedere un capitano di una squadra di calcio, il Questore, il Prefetto, i suoi emissari, dover parlare con un soggetto a cavalcioni di una ringhiera, con una maglietta che da sola meriterebbe punizione.
Innanzitutto quella maglietta mi ha indignato e mi ha portato ieri a telefonare alla signora Marisa Grasso, vedova Raciti, dicendole che ci sentiamo tutti Filippo Raciti e che pensiamo che quegli uomini in divisa rappresentati anche dal sangue versato da suo marito sono gli uomini che dobbiamo stimare, ai quali essere vicini, e noi come Governo siamo stati vicini agli uomini in divisa esattamente con 700 milioni in più di stanziamenti durante la legge di stabilità per l’anno 2014. Questo è stato il nostro segno concreto di vicinanza alle divise e per me che l’onore di queste divise venga messo continuamente in discussione, io sto dalla loro parte senza dubbi. Per il resto è evidente che si tratta di condizioni e situazioni eccezionali, dove dentro uno stadio di calcio gli operatori sono costretti a fare i conti anche con la logica della riduzione del danno e alla logica del contenimento di una possibile esasperazione della tensione su 60.000 presenti. Sono momenti delicatissimi da gestire. L’unica certezza è che l’ordine pubblico era garantita sia fuori che dentro e che quello  verificatesi ad alcuni km dallo stadio non aveva nulla a che fare con la partita e che noi eravamo in grado di disputare in considerazioni di sicurezza la partita. Questa è la comunicazione data e che noi come Stato, ovviamente la valutazione tecnica l’hanno fatta gli operatori della sicurezza, il prefetto, il questore.

È auspicabile come in Inghilterra avere tutti seduti in tutti  settori? Cosa che ha di fatto sradicato gli ultras dalle curve? Ovviamente con nuovi stadi.
Il tema del rinnovamento infrastrutturale è un tema determinante perché alcune cose si possono fare se hai i luoghi che ti consentono di farlo e secondo me un modello al quale si può guardare. Ad esempio ieri parlando con il Presidente del Napoli De Laurentiis era venuta fuori anche una proposta sua di questo genere, ed è un modello al quale si può guardare con attenzione. Non è facile prendere un modello di un altro Paese, con altre infrastrutture e regole, e applicarlo cosi com’è nel nostro Paese, che per altro non accetta grandi lezioni di civiltà, perché certamente l’Italia non è in cima alle classifiche di violenze degli stadi. Premesso ciò,  faremo esattamente ciò che serve per dare sicurezza e per evitare che fatti come quelli avvenuti in questi giorni possano tornare a verificarsi e vogliamo farlo con grande pragmatismo: rafforzare le norme sul DASPO, rafforzare la collaborazione con le società, aiutare le società a tirare fuori dalle curve i soggetti violenti, aiutare le società ad emanciparsi da tentativi di condizionamento da parte di quei criminali che si vestono da tifosi e fare si che a livello di servizi dello stadio la sicurezza sia abbinata alla possibilità di partecipazione serena da parte delle famiglie con figli. Alcune cose le abbiamo già fatte, altre le faremo durante l’estate insieme al Presidente del Consiglio, facendo sì che in un rapporto con le società si possa trovare esattamente quel punto di equilibrio tra sicurezza e partecipazione, perché ci teniamo molto che gli stadi siano pieni perché la gente possa vedere se vuole la partita in televisione ma anche andare allo stadio portando i bambini.