1
Il presidente del Genoa, Enrico Preziosi ha dichiarato in un'intervista alla Gazzetta dello Sport: "Ogni tanto vado su YouTube, clicco 'Preziosi io non mollo' e mi riguardo. Quella sera sul palco davanti ai tifosi del Genoa che festeggiavano la Serie A, l'incubo della retrocessione per combine che si materializzava e io che sapevo già che avrei tenuto duro". 

"L'altra sera mi è successa una cosa bellissima. Ero a una cena e a fine serata una persona che non conoscevo mi ha detto: 'Non pensavo fossi così e ho capito che saresti così anche se avessi 50 miliardi'. Ho avuto più successi come imprenditore che come presidente di club, però niente come il calcio sa darti adrenalina. In ogni caso, che sia un mondo o l’altro, quel successo non è perdonato: chi ne ha viene aspettato al varco, e prima o poi lo paga. Per questo è meglio giocare sempre, finchè si può". 
"Se l'adolescenza è sinonimo di spensieratezza, io sono un'eccezione. La mia non lo è stata. Ma siccome la vita spensierata non è, diciamo che mi stavo preparando a vivere. Il distacco dalla fanciullezza mi causò turbamenti: stavo lavorando da poco con mio padre e quando morì fu ora di trovare subito un’altra strada, perché mastri orologiai come lui si nasce, non si diventa. Mamma mi avrebbe voluto impiegato di banca, io a 15 anni andai a fare il ragazzo di fatica sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, montavo guard-rail: guadagnai 38.000 lire, le misi in tasca e partii per il Nord. Da poco mia sorella mi ha mandato una foto di quel giorno, io e mia madre che ci salutiamo piangendo: ero molto infelice, ma sapevo che era necessario provare il dolore di staccarmi dalla mia terra argillosa, dove si semina molto, si zappa tantissimo e poi si vede se si raccoglie, devi accettare l’idea che possa non succedere. Necessario come dormire in certi ostelli dove ho ascoltato storie così drammatiche da non dormirci. Come fare il garzone, l’operaio e il magazziniere, prima di diventare rappresentante e poi direttore di un negozio. E poi quello che sono". 

"Se potessi tornare indietro, forse sarei il presidente capace di regalare Messi al calcio italiano. Ero al Como, ce l’avevano segnalato che aveva 14 anni: ci sarebbe costato 50mila dollari, ma a quei tempi i giocatori si guardavano dai vent’anni in su. E poi, soprattutto, era piccolino, aveva ancora i suoi problemi di crescita: l’errore - ma l’abbiamo fatto in tanti, tranne il Barcellona - fu misurarlo e nel calcio non si dovrebbe fare mai, conta solo quello che sai fare in campo, non i centimetri o i chili. Ma la macchina del tempo, se esistesse davvero, la userei per tornare al Medioevo: sarei un bel nobile a cavallo, magari un duca, e in tutto quello sfarzo mi ci impacchierei . Anche allora, come oggi, te lo facevano capire: 'Ti considero più per il potere che hai che per come sei'. Ma perlomeno non era una società che ti dileggiava ed era un mondo elegante: grande fierezza nel vestire, feste, inchini, donne che per farci l’amore ogni volta doveva essere una battaglia, con tutti quegli abiti che avevano addosso. E poi, vuoi mettere? La sera ognuno si ritirava nei suoi appartamenti: espressione meravigliosa e segno di grande civiltà, lo faccio pure adesso anche se convivo".