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Michele Merlo, se la morte "deve" essere errore, colpa o negligenza.
Nessuno che non sia competente e quindi medico e inoltre informato sullo specifico caso può avere opinioni sul se e come un giovane di 28 anni potesse o no sopravvivere a quella che è stata definita leucemia fulminante. Nessuno, tanto meno noi. In campi a loro ignoti le opinioni non dovrebbero neanche formarsi. Ci sono invece con tutta legittimità in campo i sentimenti. Il dolore, la sofferenza per la perdita. Indicibili e per qualche tempo davvero insostenibili. Dolore e sofferenza che un riflesso quasi obbligato, automatico e vissuto come doveroso nei confronti del defunto, muove a fondersi con rabbia. Pena sentirsi dolore addirittura incompleto. La famiglia di Michele Merlo ha detto alla stampa: "un medico accorto avrebbe colto...se l'avessero visitato...c'erano segnali e sintomi tipici di leucemia". Dunque Michele Merlo morto di negligenza o incapacità nella prima struttura medica cui si era rivolto. Ribadiamo: nulla nelle nostre competenze autorizza a dire alcunché nel singolo caso. Però una cosa la sappiamo di sicuro: un lungo percorso culturale ci ha portati fin qui, fino a considerare la morte, la morte che ci tocca da vicino, un errore. Un errore che qualcuno deve pure aver commesso.
La morte la chiamiamo quasi sempre con l'aggettivo "assurda". Assurdo l'evento più universale e ineluttabile che tocchi ad essere umano? La morte come insuccesso, una sorta di fallimento nella partita della vita. La morte come violazione altrui del contratto immaginario con la medicina e la sanità, quello dove guarigione è merce garantita, altrimenti è malasanità. Sono le tappe di un percorso culturale per cui la morte "non può essere". Non almeno nella cerchia dei nostri affetti e vicinanze, sui quali stendiamo uno scongiuro semantico e sentimentale di immortalità che può essere intaccata e negata solo da colpa, negligenza, incapacità altrui. Lungo questo percorso il dolore si fa esso stesso diagnostica, diagnostica che motiva e supporta rabbia e la sofferenza per la perdita diventa rifiuto della spoliazione di vita subita. Immaginata come spoliazione subita anche quando il più delle volte così non è. La morte immaginata come errore altrui per poterle dare una ragione di essere, dopo averla espulsa dalla bolla immaginaria della nostra invulnerabile vita.
Italiane schiave, lasciamo fare se son musulmane?
Bambine alla prima pubertà vengono tolte dalle scuole e negate alla vita pubblica, diventano merce di scambio sul mercato dei matrimoni forzati. Sono patrimonio familiare, ne va del prestigio e del valore della famiglia garantirne l'uso esclusivo ad un maschio che ne contratta acquisto. Succede nelle nostre città, succede in Italia, succede a donne italiane. E donne italiane se rifiutano di essere animali da fattoria e riproduzione vengono punite, recluse in casa, bastonate. Non di rado ammazzate. Ammazzate dai parenti maschi, con le madri che portano le figlie al macello in questi autentici sacrifici umani sull'altare della piena disponibilità delle proprietà di famiglia. Già, la famiglia. Perché l'Islam non è la causa prima: la donna come capitale umano di cui disporre a vantaggio della famiglia è cultura tribale e misognina di cui anche l'Occidente cristiano si è nutrito a lungo. Ora andiamo fieri, uomini e donne, delle  occidentali donne libere di vivere come esseri umani e non come schiave. Ma lasciamo che donne italiane, italiane di vita, scuola, lingua, pensieri, affetti vengano in Italia usate come schiave e sacrificate come schiave ribelli. Perché sono musulmane e quindi, almeno fino a che non ci buttano un cadavere di ragazza tra i piedi della cronaca, fatti loro. Difficile immaginare una vigliaccheria civile più vigliacca di quella che stampigliamo sulle carni di queste italiane tenute, scambiate e uccise come schiave in casa nostra.