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​Un Mondiale, in Messico, che svanisce, cancellato dalla Mano de Dios e dal gol più bello di sempre. "Del più forte di tutti?", gli chiedono. "No. Non è stata la mano di Dio. E’ stata la mano di un mascalzone. Dio non ha nulla a che fare con questo”. E se il tuo inno è God Save the Queen….  Un altro Mondiale, poi, nel '90, perso in semifinale, nella lotteria dei rigori, con la solita storia dei tedeschi che "se ci sono due squadre in campo...", eccetera, eccetera. Sir Bobby Robson, in quegli anni, ha dovuto fare i conti con la sfortuna, con il destino, che gli ha precluso la via maestra per entrare nell'Olimpo del calcio inglese, ambito e riservato. La sua storia la racconta benissimo un bellissimo documentario,su Netflix: Bobby Robson: more than a manager. E qui, si vede qualcosa di speciale. 

IL FENOMENO E MOU - Dagli inizi in Inghilterra, tra Fulham e Ipswich, ai Mondiali coi Tre Leoni, alle esperienza in giro per il mondo, tra Olanda, Portogallo e Spagna. Ed è bello rivedere un giovane Mourinho, sempre al suo fianco, voglioso di imparare e già pronto a dire la sua; un giovanissimo Ronaldo, che Bobby Robson pesca dal PSV e mette al centro del suo attacco. Con quel gol al Compostela da mani nei capelli...



GAZZA - Tra il Fenomeno, un giovane Mou, Guardiola calciatore, Maradona nemico, un Newcastle che lo aspetta dopo aver vinto in giro per l'Europa, c'è una cosa che tocca più delle altre: il rapporto con Paul Gascoigne. Genio e sregolatezza, con il secondo elemento che ha prevalso decisamente sul primo, Gazza ha conquistato Sir Bobby Robson, tanto da creare con lui un legame speciale anche fuori dal campo. Gascoigne racconta: "Per me era un padre, non un semplice allenatore. Con lui ero al sicuro. Con lui ero al sicuro". E non lo ripete per convincersi, ma per sottolineare una verità nel caso fosse sfuggita. 

LA RICETTA - Nella semifinale di Italia '90, contro la Germania, Gascoigne viene ammonito. Giallo pesante, perché lo fa fuori dalla finale. Bobby Robson lo consola subito: "Non potrai giocare la finale, è vero. Ma quello che puoi fare è far sì che gli altri ci arrivino. Portali in finale". E il manager inglese, quando parla del suo fuoriclasse, lo chiama sempre 'kid', ragazzo. Il suo ragazzo perché: "Devi volergli bene e apprezzarlo, non essere duro con lui, altrimenti lo perderai". E non lo perderà. Mai.

L'ULTIMO SALUTO - Bobby Robson è malato, ha un tumore al polmone, siamo nel 2008. Prima di dire addio, l'ex manager del Newcastle, ultima squadra allenata in carriera, vuole salutare tutti e lo fa, ovviamente, con una partita benefica, tra Inghilterra e Germania. Anni '90 che ritornano. Entra, Sir Bobby, in carrozzina, spinto dai familiari. Saluta uno stadio che lo riempie di applausi. Lui ringrazia, alza il braccio, fa sì con la testa, dove però ha un solo pensiero.
"Dov'è Gazza? Dov'è Gazza?"

"'Sono qui, Sir Bobby, sono Gazza'. E lui alzò lo sguardo… Disse solo: ‘Gioca bene’. Non disse altro. Disse: ‘Gioca bene, Gazza’”.

Un Gascoigne emozionato, scavato in faccia dagli errori del passato, piange quando ricorda queste parole. "Per me non era un semplice allenatore. Era qualcosa di più, più di ogni altra cosa". Il giovane che ricorda il vecchio maestro. Il kid che ricorda il suo padre calcistico. 


Gazza in lacrime nel giorno del funerale di Sir Bobby Robson.