Indiziato per una chiamata dall’Italia, o dalla Spagna, da un mese e mezzo Gian Paolo Montali dà consigli all’Olympiacos. Da ex di Juve e Roma, chi l’ha sorpresa?
«Di come sta andando la Roma non sono stupito, anche se sparare ora è troppo facile. Ma le cose che penso le dissi quando l’entusiasmo per Luis Enrique era alle stelle».

Cosa si vedeva nella palla di cristallo?
«Che un cambiamento traumatico avrebbe comportato rischi troppo elevati per un club come la Roma. Ma dire, “l’avevo detto”, non è una gran soddisfazione».

L’ingrediente mancante?
«La mentalità vincente».

Luis Enrique non ce l’ha?
«Come allenatore non ha mai vinto».

E il marchio del Barça?
«La squadra B, solo giovani e senza l’obbligo del risultato. Si parla sempre di mentalità vincente, ma non la inventi. Devi aver vinto, appunto: una Coppa, un campionato di B, di C, non importa».

Antonio Conte ce l’ha?
«L’aveva come giocatore, l’ha dimostrata da tecnico».

Gli metta un’etichetta.
«Un assoluto innovatore. Non indago sul perché ha cambiato, ma l’ha fatto, dimostrando di non essere attaccato agli schermi. L’allenatore è un sarto, che deve saper cucire un vestito, qualsiasi sia la persona. Cioè i giocatori che hai».

Quanto gli somiglia la Juve?
«Basta guardare come parte al primo minuto della partita e della ripresa: cento all’ora, con l’idea di finire uguale. Mi ha invitato a una settimana di allenamenti e ne sono felice».

Paragoni spericolati: Conte-Mourinho?
«Mentalità simile. Hanno un unico obiettivo: vincere».

Luis Enrique-Guardiola?
«Non regge. Uno ha un’esperienza differente, l’altro è un tecnico che se la sta facendo ora, con buone idee, ma sulle spalle della Roma».

Luis Enrique una formazione a ogni regata, Conte sempre lo stesso equipaggio.
«Quando sei all’inizio, i giocatori devono acquisire la coscienza spaziale del territorio: non cambiare è decisivo per imparare la partitura».

Il virus della Roma?
«Se cambi i giocatori, a volte anche di ruolo, a ogni partita è come ricominciare daccapo».

Una cosa che le piace?
«L’idea di aggredire alto il portatore di palla».

La Juve vince lo scudetto?
«Se lo giocherà con il Milan. Quando arriverà una flessione di risultati, e arriva sempre in una stagione, non dovrà farsi prendere dal pathos».

Da etichetta del suo libro: più scoiattoli o tacchini?
«Prenderei sempre scoiattoli, cioè giocatori di talento. Anche se poi quando la squadra è fatta, i miei diventano i migliori del mondo. E spesso, i tacchini hanno talenti diversi: carattere, determinazione, altruismo. Cose che servono».

Chi avrebbe preso a Roma?
«Buffon, si poteva fare».

Una cosa che la Juve ha e la Roma no.
«Ordine in società e rigore nella squadra».

Saranno gli urli di Conte: troppo ultrà?
(sorriso). «Lo capisco, ma non può pensare di far così per vent’anni: perderebbe le corde vocali. Però è un modo per dare anima alla squadra. Anche se il lavoro di un allenatore, e Conte lo fa bene, è dal lunedì a fin poco prima della gara. C’è una frase, che Shakespeare fa dire a Macbeth: “L’essere pronti è tutto”. E la Juve, quando va in campo, lo è».