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Due episodi ci hanno colpito nelle ultime ore: il divieto imposto dal Milan a Donnarumma e Romagnoli di partecipare all’amichevole Italia-Francia per Under 21, in programma giovedì a Venezia; il rinnovo del contratto di Sarri con il Napoli, con tanto di consistente aumento d’ingaggio. Si tratta di situazioni profondamente diverse e lontanissime, una non molto significativa e l’altra decisiva; situazioni che, però, sono accomunate dalla somiglianza con quanto fatto dalla Juve. Nel male e nel bene.
 
IL MILAN SCIMMIOTTA - La Juve, alla vigilia della finale di Coppa Italia, ha negato lo squalificato Bonucci a Conte: aveva diritto di farlo, perché la data dello stage azzurro non era inclusa tra quelle della Fifa, ma il fatto che i bianconeri abbiano voluto trattenere il difensore per i loro allenamenti in famiglia anziché consegnarlo alla causa della Nazionale ci è sembrato un atto muscolare inutile. Molto più grave e irrispettosa ci pare la decisione del Milan di negare i due ragazzi per un’amichevole di grande significato anche simbolico, visto che serve a ricordare Valeria Solesin, l’unica vittima italiana della strage del Bataclan. Anche qui il Milan ha le regole dalla sua parte - il 2 giugno non è una data ufficiale per gli impegni delle nazionali - ma non c’è davvero alcun motivo a giustificare questo rifiuto, ancor meno di quanto capitato con Bonucci: almeno la Juve aveva la scusa di dover impiegare il difensore, leader del gruppo, negli allenamenti in vista della finale. La realtà è che il Milan - questo Milan piccolo in campo e piccolissimo a livello societario - ha voluto scimmiottare la Juve in una tra le poche scelte sbagliate che il club bianconero ha compiuto. L’avesse imitata nelle ultime stagioni per le strategie di mercato, la scelta dei calciatori e degli allenatori, la gestione economico-finanziaria, i tifosi rossoneri avrebbero certamente sofferto di meno e magari avrebbero adesso prospettive migliori.
 
IL NAPOLI SCIMMIOTTA - Dopo avere tenuto Sarri e Napoli sulle spine per tante settimane, De Laurentiis ha convocato l'allenatore e ha compiuto il gesto che ci immaginavamo avrebbe fatto: gli ha aumentato l’ingaggio, gli ha sistemato il contratto. Ha dato insomma continuità a un progetto che già quest’anno ha regalato risultati straordinari, con piena soddisfazione del tecnico. Abbiamo la sensazione che il presidente abbia aspettato così tanto prima di firmare per far emergere un particolare tutt’altro che irrilevante: è lui che decide, è lui che comanda. Non gli era piaciuta - e in verità nemmeno a noi - la richiesta pressante di rivedere il contratto che arrivava dall’entourage di Sarri, anche perché l’accordo in essere era stato regolarmente sottoscritto dall'allenatore quando era al debutto sulla panchina di un grande club. Insomma: l’aumento se l’è meritato, però a concederglielo devo essere io. Così ha ragionato De Laurentiis. Un atteggiamento corretto non solo formalmente, ma anche per le prospettive della società: è giusto che tutti sappiano chi ha in mano le sorti del Napoli; è giusto che tutti sappiano che il Napoli è in mani forti. Proprio come succede alla Juve, là dove nei momenti decisivi - e soprattutto in quelli difficili - emerge la figura di Agnelli. Avete forse dimenticato che era stato proprio il presidente a richiamare all’ordine Allegri e a mettergli pressione addosso quando, a inizio stagione, la squadra era allo sbando? In un grande club, chi comanda lo fa vedere e, se serve, lo fa pesare. Succede alla Juve, succede al Napoli. Al Milan, no.

@steagresti