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Alzi la mano chi considera l’Inter favorita per lo scudetto. Per ritrovare una situazione simile, in cui la squadra campione d’Italia non partiva in pole position per la stagione successiva, bisogna forse risalire all’estate di trent’anni fa, nel 1991, quando Mancini e Vialli avevano appena regalato alla Sampdoria l’unico scudetto della sua storia, oppure a vent’anni fa, nel 2001, quando trionfò per l’ultima volta la Roma, guidata da Capello. Da allora hanno vinto soltanto le tre “grandi” del nostro calcio, Juventus, Inter e Milan, per cui era automatico considerarle favorite per il campionato successivo. Stavolta, invece, anche se l’Inter è stata capace di interrompere la dittatura della Juventus che durava da nove scudetti, la squadra nerazzurra per tutti riparte alle spalle di quella bianconera.

Colpa dell’addio di Conte da una parte e del ritorno di Allegri dall’altra, ma anche delle cessioni di Hakimi e soprattutto di Lukaku. L’ex allenatore della Lazio, Inzaghi, scelto da Marotta per guidare la nuova Inter, invece di Hakimi e Lukaku troverà il venticinquenne olandese Dumfries, in arrivo dal Psv Eindhoven, e il trentacinquenne bosniaco Dzeko, preso dalla Roma. Tre nomi molto diversi da Conte, Hakimi e Lukaku, per curriculum e caratteristiche, in aggiunta all’ex milanista Calhanoglu per rimpiazzare Eriksen, che avranno il difficile compito di non far rimpiangere chi li ha preceduti, ma con un indiretto vantaggio in partenza.

Proprio perché tutti sono convinti che Conte sia più vincente di Inzaghi, Dumfries meno esplosivo di Hakimi e Dzeko meno trascinatore di Lukaku, l’Inter partirà senza l’obbligo di riconquistare lo scudetto, con la consapevolezza di chi sa di avere più da guadagnare che da perdere. Ecco perché Inzaghi può, e deve, sfruttare nel modo migliore questa importante arma psicologica, trasformando in punto di forza quello che sembra un punto debole. “Facciamo vedere che siamo capaci di vincere anche senza Lukaku. E dimostriamo a tutti che i campioni d’Italia siamo ancora noi”. Parola più, parola meno, questa può essere la carica che deve trasmettere Inzaghi, per dare forza a un gruppo sempre più unito e motivato.
Nessuna rivincita, soltanto un’affascinante anche se difficile sfida per sorprendere chi dà per scontato lo scudetto della Juventus e di conseguenza una resa dell’Inter, sia pure con molti alibi. Perché è chiaro che con gli stessi giocatori e lo stesso allenatore che hanno stravinto lo scudetto oggi sarebbe ancora l’Inter la favorita, o quantomeno sarebbe considerata alla pari della Juventus, ma dietro le apparenze c’è un’altra realtà da non sottovalutare. Tanto per incominciare, l’Inter riparte con la stessa difesa dello scudetto, che grazie ad Handanovic e al tridente Skriniar-De Vrij-Bastoni è stata la meno battuta del campionato per il secondo anno consecutivo. Davanti a questo muro, come ha già fatto con l’Olanda all’Europeo, Dumfries potrà offrire corsa e gol partendo dalla fascia destra, mentre Dzeko grazie al suo straordinario senso tattico potrà rivelarsi un nuovo perfetto compagno di Lautaro.

Sarà sicuramente un’Inter diversa tatticamente, ma non necessariamente più debole tecnicamente
, in attesa tra l’altro di nuovi possibili rinforzi, visto che l’interesse per Zapata e/o Correa non è definitivamente tramontato. È vero, infatti, che Lukaku è stato l’uomo-simbolo dello scudetto, ma anche Ibrahimovic era stato l’uomo-simbolo del primo scudetto di Mourinho e quando partì per Barcellona i tifosi nerazzurri erano preoccupati come adesso, vedendo arrivare Milito al suo posto. L’argentino sembrava un classico ripiego, proprio come Dzeko al quale vengono rimproverati i suoi 35 anni, dimenticando che è perfettamente integro fisicamente perché ne ha ben 5 meno di Ibrahimovic, che guarda caso ha giocato soltanto la metà delle partite del campionato scorso. E’ vero che nell’estate del 2009 l’allenatore era rimasto lo stesso, ma è anche vero che nessun tifoso interista immaginava che senza Ibrahimovic sarebbe stato proprio la sua “riserva” Milito il goleador del “triplete”.

E allora Inzaghi fa bene a lasciare ad Allegri il ruolo di favorito, accontentandosi in apparenza di puntare a un posto per tornare in Champions. I conti, però, si fanno soltanto alla fine e mai come stavolta lui e l’Inter possono divertirsi a sorprendere tutti. Senza il rischio di essere poi accusati di avere perso uno scudetto che in fondo era già della Juventus da questa estate.