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E’ più forte di me. Non ce la faccio proprio a vedere e sentir parlare Michel Platini rimanendo indifferente. Probabilmente l’origine di questo coinvolgimento emotivo è figlia di quel passato così ricco di suggestioni assortite che il campione francese ha saputo donare al pubblico conquistandosi meritatamente, il titolo di “roi”. Pelè, Sivori, Maradona e lui gli strumenti attraverso i quali il calcio veniva coniugato in metrica come una poesia o come una sinfonia senza tempo. Accanto a loro, per gusto personale, affianco il solo Roberto Baggio come prodotto di casa nostra.

Ieri sera, nel salotto di Fazio, Michel Platini è riuscito a sollecitare antiche emozioni discorrendo e raccontando di se stesso e soprattutto di ciò che è diventato oggi dopo aver attraversato, come un moderno Ulisse, mari sconvolti da una tempesta perfetta. Lo ha fatto proponendo la lettura di un libro autobiografico “dettato” al bravo collega Tony Damascelli, uno fra i pochi che non gli hanno girato le spalle dopo il terremoto che l’aveva investito e dalle cui macerie non deve essere proprio stato semplice venir fuori per rivedere la luce. “Il re a nudo”, questo è il titolo del romanzo-verità firmato da Platini per l’editrice Baldini & Castoldi, gioca volutamente su un vecchio modo di dire e cioè “Il re è nudo” ribaltandone, però, il significato. Il sovrano, meglio il despota, sorpreso privo di abiti è la metafora del potere svanito nel nulla e ormai privo di difese. Platini, al contrario, anche ieri ha dimostrato di non essere un vinto e neppure un “infame” pentito. Anche perché non aveva nulla di cui pentirsi. Semmai un uomo il quale, per un doppio peccato di ingenuità e di presunzione, aveva immaginato di potersi concedere il lusso di fare amicizia con il giaguaro senza correre il rischio di rimetterci la pelle.

Rammento uno dei nostri ultimi incontri a Parigi quando lui stava per entrare nel Palazzo con grandi progetti rivoluzionari in mente. “Caro Marco, alla mia età o vai in pensione oppure entri in politica”, mi disse. Scelse la seconda strada e affiancò il bieco Blatter. A Platini non è mai mancata l’intelligenza e sapeva benissimo dove si era andato a cacciare. Evidentemente pensava di poter “partecipare” senza il bisogno di lasciarsi “coinvolgere”. Ma la regola del “razzolare nel fango vuole dire sporcarsi” vale per ciascuno, anche per chi un giorno fu re.

Ieri sera e leggendo il libro delle sue confessioni, conoscendolo il giusto, ho avuto la conferma che il vero farabutto e anche malavitoso in guanti bianchi era l’ex potente dittatore dell’Uefa Blatter mentre Platini si era soltanto illuso di potergli succedere come erede esercitando il potere in maniera completamente diversa e spalancando le finestre del Palazzo per far cambiare l’aria. Ma la legge della "mafia", che non è soltanto quella di casa nostra, non consente operazioni del genere. Platini, dunque, ha pagato un prezzo altissimo per aver tentato di scardinare il sistema. Osservandolo, invecchiato e ovviamente provato ma deciso a combattere ancora, non ho potuto evitare di provare persino un sentimento di tenerezza nel suoi confronti. Non era e non è mai stato un malfattore per vocazione. Un rompiballe sì, con un grande ego acuito ancora di più dal suo essere francese. Una sorta di replica nella vita reale di tanti personaggi interpretati dal mitico Jean Paul Belmondo nei suoi memorabili film. Una simpatica canaglia per la quale è impossibile non provare simpatia. A prescindere.