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Questa è una storia di campioni e di uomini. Anzi, di uomini che sono anche campioni: Maradona, Careca. Appartiene a un’altra era geologica del calcio italiano, quando eravamo sul punto di dominare il mondo. Giovanni Branchini, storico manager di grandi calciatori (e prima di pugili, assieme al papà Umberto), questa storia l’ha vissuta e la racconta adesso che Diego se n’è andato. Per spiegare chi era e com’era un genio, a volte basta un dettaglio, un ricordo. Una serata trascorsa a casa sua.

E’ il 1° maggio del 1988, un giorno entrato nella memoria collettiva (e anche in qualche inchiesta di camorra) perché segna un passaggio di consegne mai dimenticato. Si gioca la terz’ultima giornata di campionato, il Milan di Sacchi va a Napoli per sfidare la squadra di Maradona, campione d’Italia, e 82 mila tifosi azzurri. I rossoneri sono staccati di un punto, la vittoria ne vale ancora due: hanno bisogno di un successo per volare verso lo scudetto. Branchini racconta.

“Era una gara attesissima, tutti avevamo una voglia matta di vederla, di viverla. Mi misi d’accordo con Careca, era un mio assistito: dopo la partita mi sarei fermato da lui. Avevo giocatori anche nel Milan: Donadoni, Virdis, Massaro. I rossoneri dominarono l’incontro, lo vinsero anche più nettamente di quel 3-2 (segnarono nell’ordine Virdis, Maradona, ancora Virdis, Van Basten, Careca, ndr). Si ebbe la sensazione che qualcosa stava cambiando, una nuova grandissima squadra sarebbe diventata campione d’Italia”.

“Ero a casa di Careca, c’era anche sua moglie. Stavamo guardando la tv, forse Domenica Sprint. Suonò il telefono, era Maradona: vieni da me, gli disse. Stavo per tornare in albergo, Diego volle che andassi anch’io. Lo conoscevo da tempo, era un grande appassionato di pugilato, aveva anche un sacco nella palestra di casa. Spesso ne parlavamo, io e lui. Noi avevamo gestito in precedenza anche due argentini campioni del mondo, Horacio Accavallo e Miguel Angel Cuello, e lui era curioso, voleva sapere tutto”.
“Maradona e Careca erano abbattuti, avviliti, ma soprattutto volevano confrontarsi tra di loro per capire come rilanciare il Napoli, come sfidare di nuovo quel grande Milan, come colmare il gap che era apparso evidente a tutti e ovviamente anche e soprattutto a loro. Era una situazione strana, speciale: un fuoriclasse unico, Diego, e un altro talento eccezionale, Antonio, si sentivano non dico in colpa, ma comunque responsabili della sconfitta, e volevano che non ricapitasse. Servirebbe un romanziere per descrivere quell’atmosfera. E attenzione, nei confronti degli avversari, dei giocatori del Milan, non provavano sentimenti negativi, ma soltanto ammirazione. Perché i campioni apprezzano i campioni, non li invidiano mai. L’invidia appartiene ai piccoli giocatori che popolano oggi il nostro calcio, Maradona non la conosceva. Ci pensavo mentre loro parlavano e poi cenammo, prendendo quel che c’era in fondo al frigo e alla dispensa. Avevano perso la partita della storia, quella che in quel momento era la sfida della vita, e allora avvertivano il peso terribile della sconfitta e pensavano a come avrebbero potuto prendersi la rivincita”.

“Negli anni successivi c’è stato chi ha raccontato storie incredibili su quello scudetto perso dal Napoli, anzi vinto dal Milan. Hanno detto che c’era dietro la malavita, che era tutto organizzato, preparato. Illazioni. Ecco, avrei voluto che certa gente fosse lì, a casa di Diego, quella notte, a respirare la mestizia e la tristezza. Avrebbe subito smesso di dire o anche solo di pensare menzogne del genere”.

@steagresti