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Sono rimasto molto colpito dalla notizia diffusa da Nicolò Pirlo, figlio di Andrea, degli insulti e degli auspici di morte ricevuti via social da lui e dal padre per mano di molto presunti tifosi della Juve, che detestano - anche se il verbo è edulcorato - l’attuale allenatore. Il primo istinto è sempre quello di ignorarli. Ma, siccome la notizia è emersa, in tutto il suo apocalittico fragore, direi proprio che non si può. A meno che non si sia del tutto simili a quei giornali che sull’argomento pubblicano una pagina intera e, contemporaneamente, invitano il figlio di Pirlo a spegnere tablet, computer e telefonino per azzerare la rabbia di chi vomita insulti e minacce.

E’ chiaro, infatti, che se Nicolò avesse voluto ignorare non avrebbe scritto il post di denuncia dell’accaduto. Come è lampante che, se non si fosse voluto speculare, anche i giornali avrebbero dovuto sorvolare. Invece, tacere non è giusto, ma per fare un’operazione intelligente, coerente e onesta è necessario che ci si chieda se anche noi - io che scrivo, gli altri che scrivono e predicano - siamo immuni da questo contagio. Lo dico perché - tra tutti - io sono stato, fin dall’agosto dell’anno scorso, tra i più feroci avversatori di Andrea Pirlo, ritenendolo inadatto al ruolo che la Juve gli aveva affidato e coprendolo di critiche sia quando la Juve perdeva o stentava, sia anche quando, al contrario, mostrava qualche spiraglio di luce. E, se sono stato disponibile a riconoscere che la squadra aveva compiuto un’impresa nella trasferta di Barcellona in Champions League, sono stato comunque tiepido quando la Juve ha eliminato l’Inter in Coppa Italia, o ha conquistato la Supercoppa superando il Napoli.
E siccome credo nella trasparenza dei comportamenti di tutti, senza pensare che esistano zone protette per la critica, mi domando senza troppi indugi quanto anch’io ho contribuito a creare un clima ostile nei confronti del Pirlo allenatore. Si sa che discutere le decisioni e, soprattutto, i risultati di un allenatore fa parte del diritto e del ruolo dei giornalisti e, ancora di più, degli opinionisti. E ribadire che gli esiti della stagione della Juve, sotto la gestione di Pirlo, sono gravemente deficitari appartiene ad un esercizio di verità. Tuttavia est modo in rebus, ovvero nel dire le cose deve sempre esserci una misura. Ecco, non è che qualche volta, e di certo involontariamente, questa misura è stata   superata?

Mi verrebbe da dire di no se ripenso al mare di consensi aprioristici di cui Pirlo ha goduto all’inizio della sua avventura, ma i fatti sono questi. Esistono non poche persone che augurano la morte al figlio di Pirlo e a suo padre perché la Juve va male. Detto che questi comportamenti sono più vicini alla patologia che alla sociologia, che la tastiera e la pancia del tifoso producono sconci insopportabili e - io credo - anche perseguibili penalmente (la polizia postale dovrebbe intervenire d’ufficio), noi non possiamo non domandarci dove gli autori di questi misfatti possano trovare alimento. Possibile che noi non c’entriamo niente? Credibile che non ci leggano o non ci ascoltino? Non credo di essere diventato all’improvviso un cattivo maestro, ma sento di aver bisogno di sapere quanto delle mie idee siano in relazione a posizioni tanto radicali quanto demenziali. Per questo, oltre che esprimere solidarietà e vicinanza a Nicolò e ad Andrea Pirlo, faccio a me stesso, ai lettori e agli ascoltatori una promessa: quando mi occuperò di Juventus e, in genere degli allenatori, dei giocatori e dei dirigenti, sarò più attento e sorvegliato. Non si tratta di una misura di riguardo, ma di uno stile da ritrovare. Un’esigenza mia per non essere confuso - del tutto arbitrariamente - con i codardi da tastiera.