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Aspettavamo questo diciannovesimo scudetto da 10 lunghissimi anni, tanto per intenderci dal campionato del 2012, quello del gol di Muntari e quello della guerra Galliani-Barbara culminata con l’affare Pato-Tevez. E i festeggiamenti sono stati stupendi, sentitissimi. Mi hanno ricordato quelli dello scudetto del 1988, una vita fa. Ho passato la nottata dello scudetto in diretta su Telelombardia e, commentando il “capolavoro” della squadra dirigenziale composta in primis dalla triade Maldini-Ibra-Pioli ho sentito tanti, quasi tutti, gli opinionisti tributare i meriti dello scudetto in maniera ecumenica all’interezza del mondo Milan.

Ho sentito dare merito di questo scudetto alla proprietà, a Elliott e a Gazidis. E, come accade spesso, mi sono permesso di dissentire da chi sosteneva che il Milan abbia vinto il tricolore “grazie” a Elliott. Eh, no signori. I fatti dicono che il Milan ha vinto lo scudetto “nonostante” Elliott. Lesa maestà. Guai a dire una cosa del genere durante le celebrazioni. E poi - guarda un po’ - poche ore dopo ho ritrovato gli stessi semplici, elementari e cristallini concetti nelle parole di Paolo Maldini. Ho sempre detto che lui era il grande fautore di questo rinascimento rossonero, lui che insieme a Boban aveva cominciato a raccogliere i concetti di due gestioni dirigenziali e sportive semplicemente scellerate. Lui insieme a Boban ha iniziato a restituire ai giocatori e ai tifosi l’orgoglio di essere milanisti. Lui insieme a Boban ha ricominciato a inculcare la cultura del lavoro e dell’attaccamento alla maglia prima a Milanello e poi in sede.

Lui insieme a Boban ha costruito le fondamenta di questa squadra acquistando praticamente tutti i giocatori protagonisti della cavalcata tricolore. Lui insieme a Boban ha scelto Pioli. Lui insieme a Boban ha capito che solo Ibra poteva essere il condottiero di questa squadra. Lui insieme a Boban si è opposto in tutti i modi alla rivoluzione Rangnick che Gazidis aveva già approntato. Lui, prima insieme a Boban e poi da solo, o meglio con Massara e Moncada, ha migliorato la squadra con la compravendita dei cartellini a saldo zero e un monte ingaggi sempre più basso. Ed è questo che ha rivendicato Paolo Maldini in quell’intervista alla Gazzetta. Il solito Maldini schietto, mai leccaculo, mai adulatore e sempre renitente alle adulazioni.
Il solito Maldini che non parla per convenienza ma per convinzione. Il solito Maldini che dice le cose come stanno, anche se scomode. Mentre tutti elogiano Elliott e Gazidis, Maldini ancora una volta ha attaccato duramente l’amministratore delegato, Maldini ha citato Rangnick che per molti opinionisti pare che non sia mai esistito, Maldini ha citato Boban, altro desaparecido dalla lista degli artefici del trionfo. Maldini ha diviso con lui i meriti per il miglior colpo di mercato di questa gestione, cioè Leao. Mentre nelle due gestioni precedenti, una firmata Elliott e l’altra firmata Yonghong Li (a cui i soldi li aveva prestati sempre il solito Elliott), erano stati bruciati 400 milioni per non ottenere nulla.

Maldini ha ribadito il suo ruolo sempiterno e plurigenerazionale di “garante” del milanismo. Un timbro che Maldini non volle dare con la sua presenza negandosi al duo Fassone-Mirabelli, quelli che all’epoca veniva celebrati dal tifo rossonero. Maldini sapeva che quello era un bluff e non ha voluto parteciparvi. Maldini non bluffa mai, neanche dopo aver vinto il titolo più bello e difficile della sua splendida carriera. Con questa intervista Maldini ha ribadito ancora una volta che lui ama il Milan più di tutto e che l’amore per il Milan non si può fingere o comprare. Mai.