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Eroica. Oppure divertente, quadrata, compatta, organizzata. Scegliete voi l’aggettivo che preferite per la Sampdoria di Bergamo. Per quanto mi riguarda, il primo è quello adatto. Se la partita con la Lazio è stata probabilmente la più divertente della stagione, quella con l’Atalanta è a mio modo di vedere la  prova più matura offerta dalla Sampdoria nell’era post Giampaolo. Questo perché tutti, ma proprio tutti i quattordici scesi in campo al Gewiss Stadium non hanno sbagliato niente. Nulla di nulla. Né un movimento, né una diagonale o una chiusura, neppure una marcatura o un intervento. Gli uomini di Ranieri, teleguidati dal mister in panchina, sono stati semplicemente perfetti. Per battere questa Atalanta, che parte con Ilicic, Gomez e Lammers e può pescare dalle riserve Zapata, Muriel, Malinovsky e Miranchuk, l’unica via possibile è quella di giocare al di sopra delle proprie possibilità. Quagliarella e compagni ci sono riusciti, onore a loro e, soprattutto, onore a chi negli allenamenti settimanali ha saputo convincerli di potersi spingere persino oltre alle proprie possibilità. Alla faccia di chi dice che l’allenatore conta per il 25-30%. Un bravo tecnico incide molto di più, anzi, nel nostro caso almeno metà del lavoro la fa Ranieri.

Altrimenti come spiegare il fatto che la stessa formazione presa a sberle a destra e a manca l’anno scorso  - l’undici di partenza ieri era composto interamente da giocatori già in rosa nel 2019/2020, tolto Damsgaard - si è rivelata in grado di piegare e schiantare la tanto celebrata  Dea di Gasperini? Di annotazioni all’apparenza inspiegabili ce ne sono molte: il cinismo offensivo, ad esempio, che non era mai stato una prerogativa particolare della Samp, oppure l’incisività nel contropiede, vero e proprio marchio di fabbrica di Sir Claudio. L’aspetto che sorprende maggiormente però è che la difesa  doriana abbia concesso una sola rete, peraltro frutto di un rigore inesistente, a quello che è il migliore attacco della Serie A, superiore per individualità e ventaglio di scelte forse persino all’arcinoto ‘Ronaldo & Friends’.

Da tre partite ormai il pacchetto arretrato, che resta comunque molto corto e privo di alternative sulle corsie (questa cosa continua a terrorizzarmi, soprattutto in vista del prosieguo della stagione), non regala quasi nulla. I meccanismi si sono incastrati alla perfezione, Tonelli dopo le paurose sbandate di inizio campionato è tornato a giocare ad alto livello e con Yoshida si amalgama benissimo, Bereszynski non sta sbagliando neppure un intervento dopo gli scivoloni con Juve e Benevento e Augello, beh, Augello è Augello. Un cambiamento così radicale, rispetto alle 65 reti incassate nel 2019/2020, può essere spiegato soltanto tramite un’impennata di autostima e autoconvinzione, di certo non con un mercato che ha  soltanto impoverito il reparto con due cessioni, una per fascia, a fronte di zero acquisti. Ecco, sotto questa luce il lavoro di Ranieri acquisisce ulteriore valore e onorabilità, se mai ce ne fosse bisogno.

Il fondamentale che mi ha maggiormente impressionato di questa Sampdoria in realtà non è la compattezza, bensì la capacità di non far giocare le squadre che si trova di fronte, prosciugando le fonti creative avversarie con un pressing asfissiante e scientifico, frutto di grande ordine e altrettanta organizzazione. Ritengo che in questo aspetto Ranieri potrebbe tenere una lectio magistralis ai vari Conte, Pirlo, Gattuso e Pioli. L’impressionante abnegazione di Thorsby ne è la perfetta istantanea, ma si tratta soltanto della punta dell’iceberg, perché il fastidioso e frustrante (per gli altri) lavoro del centrocampo doriano parte da molto più lontano. In realtà comincia dall’attacco, da Quagliarella e soprattutto da Ramirez, sistematicamente pronti a sporcare il primo passaggio in uscita dalla difesa degli avversari, riducendo sensibilmente lo spazio e il ventaglio di opzioni a disposizione del portiere e dei centrali. Il resto lo fa la linea mediana, con il filtro scandinavo al centro che resta perennemente vicino, come se fosse legato da un elastico invisibile. Ekdal e Thorsby si sistemano leggermente sfasati l’uno rispetto all’altro, in modo da poter intervenire sull’eventuale seconda palla del compagno, e compattano in una tenaglia il rivale deputato alla costruzione del gioco. Nel frattempo, uno dei due esterni stringe e raddoppia, creando una gabbia da cui i fantasisti, i registi o i trequartisti faticano a liberarsi. Jankto in questo senso è ammirevole, e oltretutto a piede invertito è tutto un altro vedere, mentre Damsgaard, pur essendo teoricamente molto giovane, ha evidenziato una formazione a livello tattico impressionante. Il danese non è solo tecnica, niente affatto.

Per il resto, teniamo buona la mentalità di Ranieri. Sia nel pre partita che nel post partita, il tecnico ha sottolineato un aspetto a mio modo di vedere cruciale: “Mi mancano 31 punti per stare tranquillo”. Perfetto. Anche perché ritengo che un calo di concentrazione sarebbe più che sufficiente per riportare a galla le insicurezze passate e i vari, fisiologici limiti, sprofondando nuovamente questa squadra ai livelli che l’hanno caratterizzata per oltre un anno. Questo per rispondere agli insistenti spifferi e sussurri, sempre più continui e costanti, che provano ad alzare l’asticella oltre alle possibilità della Samp. Salvarsi senza soffrire sarebbe già un traguardo eccezionale, e avere un quarto dei punti necessari dopo cinque partite va oltre i miei sogni più rosei. Girare a dodici domenica prossima sarebbe ancora meglio, ma tanto questo non succederà mai, mai e poi mai…….. In effetti, non ricordo neppure che partita ci sia.

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