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Luciano Spalletti ha una memoria elefantina. Non gli scappa niente, non dimentica niente. Nemmeno quello che il presidente Aurelio De Laurentiis pensava e diceva dopo aver perso, insieme all’Inter, lo scudetto dell’anno scorso a vantaggio del MIlan. Cosa pensava e cosa diceva il presidente?

Semplice, che non era convinto di Spalletti e che, nonostante un contratto in essere, forse sarebbe stato meglio sostituirlo, come gli chiedevano gli esaltati da tastiera che da mesi avevano confezionato l’hastag spalletti#out.

Ecco perché l’allenatore campione d’Italia anche ieri ha detto: “Il discorso è definito, è un’idea che viene da lontano. Non è una situazione o uno screzio casuale”. Chiaro. Spalletti se l’è legata al dito e non ha nessuna intenzione di restare alle dipendenze di De Laurentiis. Meno che mai, se “non sei tanto convinto di dare a Napoli tutto quello che merita”.

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Ecco il secondo punto, per nulla secondario: presidente e allenatore sanno già che, assai probabilmente, perderanno Osimhen, Kim e, forse, qualche altro calciatore, perché il progetto presidenziale si nutre della sostenibilità e non prevede fughe in avanti.

Non si tratta di dare torto a De Laurentiis e ragione a Spalletti, quanto piuttosto di capire che il tempo dei cicli è finito, tranne non voler pagare in termini finanziari ed economici quanto, per esempio, pagherà la Juventus.

Il paradosso di questa situazione è che Spalletti non ha (e non cerca) una squadra, mentre De Laurentiis vorrebbe ridargli la libertà di trovarsene una che avesse più ambizioni del Napoli. Un ragionamento tanto astruso da indurre al sospetto che i due sapessero da tempo come sarebbe andata a finire, anche con uno scudetto appuntato sul petto.