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I primi ragazzi con la valigia sono proprio i testimonial dell’ultimo miracolo, pessimo segno. La fuga da Parma, aperta da Antonio Cassano che ha gridato la nudità del re e quella del cassiere, prosegue con l’addio di Gabriel Paletta, che ieri s’è accordato con la Samp. Anche al board c’è un’agitazione inquietante: ha cancellato la sponsorizzazione la Energy T. I., che è pure il secondo azionista della squadra e siede nel Cda col suo amministratore delegato Roberto Giuli.

 Lui spiega: «Ci siamo avvalsi del diritto di risolvere il contratto per precauzione, perché non conosciamo il nuovo patron né le sue intenzioni. Spero solo che mantenga gli impegni economici, come mi ha garantito Ghirardi». Tutto questo mentre il direttore generale Pietro Leonardi, garante della continuità nel passaggio societario, per lo stress è finito in ospedale. Aveva avuto un malore anche due mesi fa.
 
Che importa la Juve stasera. Che importa l’ultimo posto in classifica, la B che si fa sostanza. Il Parma, qui, pensa solo a non sparire, un anno dopo aver festeggiato il centenario: oggi c’è la prima udienza sull’istanza di fallimento depositata da un creditore. Il sindaco Federico Pizzarotti fa un appello: «I parmigiani hanno il diritto di sapere cosa succede, sono stato persino sollecitato da alcuni tifosi a mettere in mora la società, una benevola provocazione. Chiedo un incontro al presidente per fare chiarezza e avere risposte».

Il presidente, già. Il Parma ne ha cambiati altri tre in pochi giorni, dopo che Tommaso Ghirardi, a dicembre, ha ceduto la maggioranza alla holding Dastraso. La poltrona è andata al gioielliere Pietro Doca, di origini albanesi. Poi all’avvocato Fabio Giordano, che ha seguito l’operazione e che ha accusato: «Doca è stato spaventato dai giornalisti». Ora a Ermir Kodra, rampollo albanese di 29 anni.
 
Dietro c’è Rezart Taçi, discusso magnate del petrolio (sei anni fa fu arrestato per aver picchiato un giornalista), studi universitari in Italia, calcio e scacchi come passioni, amicizie importanti nel pallone, dal Real al Milan (di cui è stato sponsor). Nel 2009 aveva quasi comprato il Bologna dalla famiglia Menarini, l’affare saltò proprio mentre nell’albergo più prestigioso della città stavano imburrando le tartine per la conferenza di presentazione. Dicono sia stato lui in persona, adesso, a stringere l’accordo con Cristian Rodriguez, uno dei rinforzi di gennaio.
 Ma all’agonia del Parma servono tanti soldi per gli stipendi: i giocatori fin qui hanno preso solo la paga di luglio, il ritardo al controllo di novembre è costato un punto di sconto a una classifica già misera. Il 16 febbraio, un’altra tagliola: il club dovrà dimostrare di aver pagato gli emolumenti fino a dicembre. Servono fra i 18 e i 20 milioni, oppure perderà (almeno) altri 2 punti. Ma non è il destino ormai segnato in campionato a far paura, se persino il sindaco ammette che «il rischio di giocare fra i cadetti è incombente ma sportivamente accettabile».
 
I calciatori, che hanno già incontrato il sindacato, avevano un patto d’onore: tutti uniti fino a quella scadenza, poi ognuno sarà libero di mettere in mora il club e svincolarsi. Per trovarsi subito un’altra squadra, però, dovrebbero saltare su una scialuppa molto prima, a mercato ancora aperto. E alcuni procuratori meditano di far visita a Collecchio in queste ore. Il dribbling individuale di Cassano — fin qui leader generoso, in verità — non è andato giù agli altri: raccontano di un aspro confronto con Lucarelli, e di nasi storti quando ieri il fantasista barese è passato a svuotare l’armadietto.
 
Persino Donadoni, sollecitato da un cronista, ammette alla fine che i talenti irrequieti sono una zavorra su una barca che va a fondo: «È vero, quando non ci sono più gli stimoli giusti, tutto diventa più complicato e si ripercuote sugli altri, soprattutto se si tratta dei giocatori più rappresentativi su cui si fa perno».

Parolo era andato alla Lazio, Cassano e Paletta salutano adesso: via tutti gli alfieri del Parma all’ultimo Mondiale, premio per un gruppo capace di prendersi l’Europa, perduta poi a tavolino per un ritardo con l’Irpef. Sembrava un peccato veniale, era un allarme rosso, rosso come i conti. Vent’anni fa, era il ‘95, il Parma contendeva alla Juve di Lippi lo scudetto e due coppe (Italia e Uefa) in finale. Donadoni stasera chiede un sussulto: «Orgoglio e dignità». Però adesso il primo pensiero non è passare il turno, ma la nottata.
 
Francesco Saverio Intorcia per la Repubblica