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E’ naturale, anzi quasi ovvio, che l’accordo tra la Juventus e i propri giocatori di prima squadra per la riduzione degli stipendi da marzo a giugno, farà da riferimento per gli altri club e per il sindacato che tutela gli interessi degli atleti. Tuttavia, non tutte le situazioni sono uguali e non è certo detto che gli stessi tagli siano riproducibili  su tutta la Serie A (la Juve ha il monte ingaggi più alto), meno che mai in Serie B e a livello di Serie C (dove gioca la Juve Under 23) o nei campionati dilettantistici, compresi i settori giovanili e il calcio femminile.

Se, dunque, da una parte, l’esempio dei calciatori bianconeri che si sono mossi in anticipo sull’Associazione Calciatori, stranamente inerte a livello di proposte forse perchè timorosa della base, è encomiabile perchè cospicuo e non simbolico, dall’altra è necessario creare forme di garanzie per le fasce deboli. E siccome ne esistono anche nel calcio professionistico e in quello che, pur non essendolo, richiede un impegno totale e quotidiano, l’Aic dovrà diversificare i propri interventi in un difficile equilibrio tra le esigenze di chi fa calcio e di chi lo gestisce. In una situazione tanto estrema (niente partite e, dunque, niente prestazioni lavorative, ma anche niente incassi, niente diritti tv, niente profitti commerciali) ridurre gli ingaggi è fondamentale, non però per chi - come in Serie C e tra le donne - guadagna duemila o tremila euro al mese.

Ecco allora che, se il calcio chiede aiuto al Governo e non esclude di ripristinare la pubblicità delle scommesse e il ritorno del Totocalcio, si debba per forza prevedere che queste risorse vadano soprattutto alle categorie inferiori, inclusi i dilettanti, e al calcio femminile, altrimenti destinato ad un regresso molto più rapido di quanto non sia durato il suo momento di splendore. Non so se il ministro Spadafora, quando parla dei 400 milioni da stanziare per lo sport di base - operazione cui non è demandato il Coni, ma la nuova Sport e Salute, presieduta da Vito Cozzoli - pensi anche al calcio dilettantistico, ma mi sembrerebbe strano che non lo facesse.
Sempre a proposito di diritti, doveri e garanzie qualcuno ha eccepito sul fatto che la stagione in corso, a forte rischio di conclusione, possa prolungare la propria durata fino a tutto luglio e perfino in agosto. Si dice: non è possibile perchè, complice la pausa per le ferie ai calciatori, la stagione 2020-2021 partirebbe in ritardo. A me pare strano che si parli di ferie. Quali ferie? Nel momento in cui i calciatori non giocano - e nessuno gioca - sono formalmente in ferie. Primo, perchè non sottopongono il proprio fisico ad alcuno stress. Secondo, perchè esattamente come qualsiasi lavoratore del mondo, recupereranno i giorni di lavoro rinunciando ai tradizionali periodi vacanzieri. Vivo nell’operosa Brianza, dove tutte le fabbriche sono chiuse e faranno ricorso alla cassa integrazione per poter rimanere a galla. Ebbene, pensate che ad agosto, cioé nel mese dedicato alla tradizionale chiusura estiva, quest’anno faranno vacanza o invece proveranno, ciascuno nel proprio settore, a contribuire per  far ripartire il mercato?

Se i calciatori finalmente stanno dimostrando di vivere anch’essi nella realtà desolante del coronavirus, decurtandosi o azzerando gli emolumenti, altrettanto devono fare nel caso in cui venisse loro richiesto di avere un limitatissimo periodo di ferie o di affrontare una serie di partite ravvicinate sia nel finale di questa stagione che all’inizio della prossima. In caso contrario anche il calcio rischierebbe il fallimento.