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Diego Armando Maradona è un mito. Un’icona che va oltre lo sport. La sua leggenda ha unito generazioni. Chi lo ha visto dal vivo, chi lo ha raccontato, chi lo ha sognato e chi ancora lo riesce a vedere, se apre gli occhi. Resterà immortale, il suo nome sarà nei libri di storia. Non è stato solo calcio. Il suo genio divino ha unito tutti, le sue difficoltà lo hanno reso umano. Come lui si è sempre definito. Invece la sua stella, quella che lo seguiva dappertutto, era speciale. Unica.

Nato in un barrio poverissimo, a Villa Fiorito, dove le case erano baracche fatte in mattoni e lamiere, due camere in totale, una per i genitori e l’altra per i figli. Tutto attorno non c’era nulla che non fosse fango. Era una domenica di primavera, il 30 ottobre 1960. Primo maschio dopo quattro femmine di don Diego e dona Tota. Senza acqua corrente o elettricità, Diego inizia fin da subito a dare calci a un pallone. Nel quartiere lo chiamano già a giocare i ragazzi più grandi. A 8 anni va a fare il primo provino, al centro sportivo dell’Argentinos. Diego è basso ma è già invaso dalla magia. Viene tesserato. Palleggi, passaggi sempre di prima, colpi di testa. Nel 1973 gioca il primo campionato juniores: la sua squadra vince le partite 13-1, 8-0, 9-1, 12-2. Nella sua autobiografia Maradona racconta: “Non perdemmo per 136 partite di seguito”.

Nel 1976, il 20 ottobre, direi giorni prima di compiere 16 anni, debutta con l’Argentino Juniors in campionato. Il 14 novembre arrivano i primi due gol, contro il San Lorenzo. Nel 1977 il ct Menotti lo convoca in Nazionale, poco più che 16enne. Non va al Mondiale del 1978, tagliato all’ultimo. Si rifà con gli interessi negli anni seguenti, in cui segna tanto e stupisce ancor di più. Nel 1981 il Boca Juniors lo compra per 4 milioni di dollari: un anno con 28 reti in 40 presenze. Poi il Barcellona, dal 1982 al 1984. In blaugrana l’Europa lo scopre, se ne innamora. Vince la Coppa del Re, la Copa de la Liga, subisce un infortunio gravissimo per un fallaccio di Goikoechea. Così arrivai il Napoli.
Nel 1984 il presidente Ferlaino lo acquista per 13,5 miliardi di lire. A Napoli Diego diventa re. Vince due scudetti, nel 1987 e nel 1990, una Coppa UEFA, una Coppa Italia. Successi che raccontano in minima parte quello che Maradona è stato per una città che lo ha eletto re, comandante, simbolo di riscatto. Un amore rimasto immutato, sempre. Nei vicoli della città ci sono ancora oggi murales, foto, striscioni, tutto dedicato all’eroe di un popolo. Leader anche della sua Argentina, portata in trionfo al termine di un Mondiale, in Messico nell’86, divenuto leggenda per il gol più bello mai segnato da un calciatore, e da un’altro ugualmente iconico, di mano. La mano de Dios, che mise ko l’Inghilterra. Proprio i britannici, con cui le tensioni erano ancora vive per la guerra delle Falkland.

Secondo ai Mondiali di Italia ’90, nel 1991 viene trovato positivo alla cocaina ad un controllo dell’antidoping, effettuato al termine di Napoli-Bari. Da quel momento il suo stile di vita sregolato lo ha affogato. Nel 1992, dopo 1 anno e mezzo si squalifica per doping, passa al Siviglia, poi nel 1993 il ritorno in Argentina, al Newell’s Old Boys. Al Mondiale del 1994 la Fifa fa di tutto per averlo, conscia dei suoi problemi extra campo. Diego partecipa, segna contro la Grecia, poi viene fermato a un nuovo controllo dell’antidoping. Qui, di fatto, si chiude la sua carriera. Diego è stato anche allenatore. Dal 2008 al 2010 selezionatore dell’Argentina, poi due esperienze negli Emirati e l’ultima, al Gimnasia La Plata. 

Non ha mai avuto paura di prendere posizioni scomode. Si è schierato con Fidel Castro, varie volte contro la Fifa. Ha combattuto, spesso anche contro sé stesso. Il 25 novembre 2020 la luce di Diego Armando Maradona si è spenta, ma la sua stella non smetterà mai di brillare. Immortale, per sempre.