L’Olanda riparte da Ronald «Rambo» Koeman. E chissà se stavolta funzionerà. Anno zero anche per gli olandesi. Il Mondiale di Russia lo vedranno da casa. La crisi del calcio «Oranje» è certificata da tempo ed è come se agli altri - a noi, al resto del mondo - mancasse un laboratorio da cui attingere novità, esperimenti, idee. Se nelle ultime due edizioni dei Mondiali l’Olanda è comunque sempre approdata in semifinale - 3° posto nel 2014 in Brasile, finale persa contro la Spagna nel 2010 in Sudafrica - gli ultimi due Europei sono stati un fallimento: mancata qualificazione a Euro 2016, flop a Euro 2012 (tre partite, tre sconfitte). Robben, Sneijder, van Persie: gli ultimi fuoriclasse rimasti sono tutti abbondantemente over 30. Questa crisi somiglia a quella degli anni ’80, incastonata tra due grandi generazioni di campioni. Prima c’era stata l’«Arancia Meccanica» e il «Calcio Totale» di Crujiff e Krol, Neeskens e Rensenbrink: quella nazionale aveva perso due finali mondiali (1974 e 1978) sempre contro i padroni di casa (Germania Ovest e Argentina), ma aveva seminato bellezza e una nuova idea di calcio (Il «Calcio Totale»). Dopo arriverà l’Olanda di Gullit e van Basten, di Rijkaard e dei fratelli Koeman, che trionferà ad Euro 1988, di fatto l’unico trofeo in bacheca ad un paese che avrebbe meritato (molto) di più.

Negli ultimi anni la Federazione ha scelto «minestre riscaldate», vecchi santoni come Louis van Gaal e Guus Hiddink, puntando poi sul delfino di questi, l’ex Ajax Blind, ma tappando la scelta. La crescita non c'è stata. Ora tocca a Koeman. Doveva  essere nominato ct già quattro anni fa, ma al posto di van Gaal venne scelto Hiddink. Rambo è reduce dall’esonero sulla panchina dell’Everton, che ha guidato fino a fine ottobre. Non è un innovatore, ma un buon gestore. In Premier, con Southampton ed Everton, si è piazzato sempre in fascia medio-alta (7°, 6° e 7°). Dovrà pescare in una Eredivisie (11ª nel ranking Uefa) che negli ultimi anni ha perso fascino. I tetti salariali imposti nel 2010 dalla Federazione hanno facilitato la fuga dei giovani più promettenti. Una volta l’Ajax cresceva campioni e li vendeva, ora se li vede portare via prima che diventino campioni. La differenza è tutta qua. Anche in Europa le squadre olandesi contano poco. L’eccezione è l’Ajax, che in primavera ha raggiunto la finale di Europa League: ma i «lancieri» non andavano in finale di coppa dal ’92 (nell’allora Coppa Uefa) e non vincevano un trofeo dal 1995, quando lo squadrone di Seedorf, i fratelli de Boer, Litmanen, Overmars, van der Sar, Finidi, Rijkaard, Kluivert, Davids, si impose sul Milan 1-0 a Vienna. L’ultimo trofeo vinto da una squadra olandese in Europa risale al 2002, quando il Feyenoord superò in finale di Coppa Uefa il Borussia Dortmund.

I nomi su cui Koeman dovrà puntare sono quelli di Depay, Tete, Karsdorp, van Drongelen. A far da chioccia de Vrij e Strootman. A livello tattico la religione olandese fa propendere per il 4-3-3, ma di fatto l’ultima Olanda capace di andare avanti in un torneo - quella di van Marwijk nel 2010 in Sudafrica - giocava con due mediani (van Bommel e de Jong) davanti alla difesa. Koeman non è un integralista del modulo. E’ già questo un buon punto di partenza.